La corrida

•20 aprile 2018 • Lascia un commento

Politica per Jedi

La giornata è tiepida, il sole splende, l’arena freme di emozione: la corrida sta per cominciare.

Gli spalti sono gremiti di spettatori, eccitati per lo spettacolo tanto atteso. Saranno uccisi numerosi tori, dai nomi feroci: Vecchio Partito, Privilegio al Politico, Europa delle Banche, Straniero Invasore, Fisco Ingiusto.

L’aspettativa è ormai insostenibile, la tensione alle stelle.

Compare Di Maio, con un buffo cappello da torero. “Annuncio che per ragioni di opportunità non uccideremo più Vecchio Partito. Abbiamo trovato un accordo, i tempi sono cambiati, gli risparmieremo la vita in cambio di un appoggio esterno”.

Il pubblico non capisce. Qualche mormorio.

Altra attesa.

Ricompare Di Maio. “Siamo spiacenti, ma non vedrete neppure Privilegio al Politico. Abbiamo infatti appreso che egli è già stato abbattuto qualche tempo fa. Nessuno aveva informato gli organizzatori”.

Booooo.

Attesa.

Ancora Di Maio, imbarazzato. “Ehm, sono davvero desolato, ma neanche Europa delle Banche entrerà nell’arena. E’ infatti venuto…

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Discorso di insediamento in Aula di Maria Elisabetta Alberti Casellati, Presidente del Senato della XVIII legislatura (sabato 24 marzo 2018)

•25 marzo 2018 • Lascia un commento

Care senatrici, cari senatori,
nell’assumere per vostra volontà questo altissimo incarico voglio in primo luogo inviare un riconoscente saluto al Presidente della Repubblica che rappresenta, quale Capo dello Stato, l’unità nazionale.
Un saluto va al mio predecessore, il senatore Grasso, che ha saputo presiedere questa Assemblea nel corso di un’intera legislatura conducendo i lavori in momenti di grande rilievo istituzionale non privi di contrasto politico.
Un saluto cordialissimo al Presidente emerito Giorgio Napolitano, che – salendo su questo scranno dal quale vi parlo – ha rivestito il ruolo di Presidente nelle tre più alte cariche che prevede la Costituzione di questo Paese.
Le forze politiche, pur nella dialettica dei ruoli diversi che si andranno a definire nelle prossime fasi del quadro istituzionale, esprimono tutte l’intera collettività: la consapevolezza condivisa della comune legittimazione è una condizione essenziale per un buon governo.
Il Senato che sono stata chiamata oggi a presiedere e le Istituzioni tutte che definiscono complessivamente la nostra forma costituzionale, riflettono, in questa legislatura che da ieri ha mosso i primi passi, i cambiamenti profondi di un quadro politico per molti versi inedito, frutto di una precisa volontà del popolo cui spetta – nelle forme e nei limiti costituzionali – la Sovranità.
Servono unità di intenti, pur nella diversità di opinioni e indirizzi, consapevolezza delle difficoltà non disgiunta da ragionevole ottimismo, rispetto reciproco delle forze politiche nel solco delle regole comuni.
Mi perdonerete l’emozione, ma la scelta che avete compiuto, eleggendo per la prima volta una donna alla presidenza di questa Assemblea, rappresenta per me una responsabilità che non posso celare dietro nessun preambolo di circostanza…
Un onore, oltre che come detto una responsabilità, che sento doveroso condividere proprio con tutte quelle donne che con le loro storie, azioni, esempio, impegno e coraggio, hanno costruito l’Italia di oggi; un grande Paese democratico e liberale in cui nessun obiettivo, nessun traguardo è più precluso.
Penso alle mai abbastanza ricordate eroine del Risorgimento che hanno lottato per quel sogno chiamato Italia; penso alle tante ragazze, di ogni estrazione sociale e di ogni credo religioso, che hanno rappresentato l’anima della lotta di Liberazione e che, mi sia consentito, sono qui oggi magistralmente rappresentate dalla senatrice Liliana Segre.
Questa mattina ho riletto il mio primo intervento in Senato. Era la discussione sul voto di fiducia al primo governo di Silvio Berlusconi, il 17 maggio 1994.
Lì iniziò il mio percorso da servitrice delle Istituzioni. Ho avuto negli anni il privilegio di avere diverse responsabilità pubbliche, fino all’elezione, nel corso della scorsa legislatura, a componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura.
Da oggi, le mie energie saranno rivolte ad assolvere questo prestigioso ruolo con Disciplina e Onore, cercando ogni giorno di mettere in pratica quei valori che la nostra Carta costituzionale – di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario – ha posto alla base della vita delle istituzioni repubblicane.
Da Senatrice di più legislature auguro buon lavoro a tutti, ma specialmente ai moltissimi che siedono in questa Aula per la prima volta. Ho visto che solo un terzo dei senatori erano parlamentari nella precedente legislatura. E’ un dato macroscopico di innovazione che testimonia il grande cambiamento che il Paese ha inteso esprimere con questo voto e questo Senato saprà ben rappresentare.
Ma questa Camera non rappresenta solo gli elettori, rappresenta tuti i cittadini e dunque l’intera Nazione.
Un pensiero va, allora, anche al 27,1% di italiani che non hanno votato. Questa è sempre una sconfitta per una democrazia parlamentare.
E’ un dato preoccupante: riportare alla politica e alle urne una così cospicua quantità di cittadini deve essere un impegno condiviso, un impegno che si onora con la presenza, con il coinvolgimento, con la vicinanza al territorio, in una parola con la politica intesa come spirito di servizio.
Gli ultimi 10 anni sono stati caratterizzati, a livello internazionale, dalla grave crisi finanziaria che ha cambiato il mondo. Imprese, famiglie e lavoratori hanno sopportato il peso delle ripercussioni economiche, hanno sostenuto sacrifici, hanno dovuto cambiare il proprio stile di vita. Un cambiamento che ha inevitabilmente coinvolto le stesse istituzioni. La politica, oggi più di ieri, è chiamata a dare risposte concrete: con le azioni, l’esempio, i risultati.
Starà a ognuno di noi saper affrontare le nuove sfide alle quali saremo chiamati. A partire da un ripensamento del ruolo e dei compiti dello Stato. Il progresso impone la capacità di innovare, riformare, mettere in discussione le certezze del passato per poter governare il cambiamento.
Il tema delle riforme sarà quindi centrale, vedrà le forze politiche chiamate a dare segnali precisi, investendo il tema dell’assetto delle istituzioni, a tutti i livelli.
Così come non potrà essere ignorato il completamento del riassetto delle autonomie locali.
L’epoca della globalizzazione offre opportunità e conoscenza, portando con sé, allo stesso tempo, il rischio di nuove marginalizzazioni, un rischio che non può essere ignorato né sottovalutato.
A partire dall’economia reale. A partire dal lavoro. Sono troppi gli italiani che non hanno un’occupazione, soprattutto tra i giovani, in particolare nel mezzogiorno.
L’industria 4.0 cambierà nei prossimi anni l’approccio al mondo del lavoro; alle istituzioni il compito di accompagnare tali processi restituendo fiducia nel domani, garantendo a tutti diritti e dignità, sostenendo chi è rimasto indietro.
Così come sarà sempre più necessaria una attenzione particolare alle categorie a rischio di emarginazione, agli anziani, ai disabili, ai troppi cittadini in condizione di disagio sociale, di povertà alimentare.
Come del resto sarà necessario sviluppare il tema del sostegno alle imprese, alla produzione, a chi ogni giorno contribuisce a fare del Marchio Italia il più prezioso biglietto da visita dell’ingegno, della creatività, delle capacità degli italiani.
Siamo attraversati da nuovi e dirompenti fenomeni globali, che investono l’intera comunità internazionale e devono vedere il nostro Paese protagonista, a partire dall’Unione europea. Il nostro ruolo di Paese fondatore della comunità europea ci impone di contribuire a tracciare la rotta.
Un’Europa al fianco dei cittadini significa attenzione alla vita reale delle persone, non solo ai mercati. Un’attenzione che va rafforzata, con l’aiuto e la disponibilità degli Stati membri, a partire dall’emergenza rappresentata dai fenomeni migratori.
Sullo scacchiere internazionale l’Italia ha saputo ritagliarsi negli anni un ruolo di primo piano che ci viene unanimemente riconosciuto.
Grazie alla nostra presenza, alle politiche di cooperazione, alle missioni internazionali in cui i nostri uomini e le nostre donne in divisa hanno saputo, in ogni continente, portare umanità, professionalità, aiuto.
A loro va il mio grazie, con il pensiero a chi ha sacrificato la propria vita, rappresentando la patria, per costruire un mondo migliore, più giusto, più libero.
Il mio grazie va anche ai tanti, troppi, magistrati e agli eroi civili che hanno sacrificato la loro vita per la difesa della legalità.
Restituire certezze, sicurezze, serenità, significa poter tornare a mettere in primo piano le nostre risorse naturali, le nostre bellezze, il vero capitale delle nostre terre.
L’Italia è un caleidoscopio di inestimabili stratificazioni artistiche e culturali. Coerentemente con la nostra storia e con il nostro patrimonio storico, architettonico, archeologico e naturalistico, dobbiamo impegnarci a preservare e custodire tali tesori, all’insegna della sostenibilità e della valorizzazione.
Sarà questo il vero e più importante lascito alle future generazioni, per il quale – non a caso – ci viene riconosciuto il primato nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Senatrici e senatori,
il Capo dello Stato, nel suo Messaggio di fine anno, pochi mesi fa, ha detto che le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca e che a scriverla “sono gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento”. “A loro – ha ricordato – sono affidate le nostre speranze e le nostre attese”.
Colleghi tutti: facciamo che queste speranze e queste attese che gli elettori ci hanno affidato non siano deluse e che trovino finalmente una risposta adeguata: ho fiducia che non mancherà il nostro intenso lavoro e il nostro impegno quotidiano. Certamente non mancherà il mio.
Viva il Senato, viva l’Italia.

Lettera di San Paolo ai Romani

•18 giugno 2016 • Lascia un commento

A seguire riporto la lettera di San Paolo ai Romani
Un testo che ha fatto molto discutere in queste ultime settimane…molti hanno attribuito queste parole ad un sacerdote, che ha semplicemente citato San Paolo durante una funzione, molte delle persone che si sono profondamente indignate, probabilmente, non hanno cercato il testo originale (che io riporto nella versione CEI 2008) e, probabilmente alcuni non si sono prodigati in una lettura approfondita del testo.
Sicuramente non sono parole leggere, ma d’altronde non potevano esserlo considerato che San Paolo scrive questa lettera di condanna verso coloro che si sono allontanati da Dio. Ma l’errore più grande che é stato commesso é stato associare il giudizio verso un atto al giudizio verso la persona.
Esattamente come ogni atto considerato empio dalla religione Cristiana Cattolica, viene trattato con durezza…perché non vi é stata la stessa indignazione quando le Sacre Scritture condannano, con parole anche più dure altri atti, come ad esempio l’omicidio???

INDIRIZZO E SALUTO
1 Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio
2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture
3e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne,
4costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore;
5per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome,
6e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo,
7a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

RINGRAZIAMENTO, PREGHIERA E ARGOMENTO DELLA LETTERA

8Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché della vostra fede si parla nel mondo intero.
9Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo, come io continuamente faccia memoria di voi,
10chiedendo sempre nelle mie preghiere che, in qualche modo, un giorno, per volontà di Dio, io abbia l’opportunità di venire da voi. 11Desidero infatti ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati,
12o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.
13Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni.
14Sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti:
15sono quindi pronto, per quanto sta in me, ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma.
16Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco.
17In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà.

LA SALVEZZA MEDIANTE LA FEDE
Tutti sono nel peccato
18Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia,
19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro.
20Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa
21perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata.
22Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti
23e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Dio li ha abbandonati alle loro passioni
24Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi,
25perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
26Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura.
27Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento.
28E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne:
29sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori,
30maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori,
31insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia.
32E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa.

Sulla vita che scorre

•16 febbraio 2016 • Lascia un commento

Sentieri di vita privata da percorrere con serenità

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Un uomo è fermo ad un bivio dovrà scegliere… la strada che sceglierà lo definisce? Cosa dimostrerà agli altri? Un osservatore attento potrebbe intuire cosa farà al prossimo bivio…ma cosa si può dire del suo passato?

Cosa si può dire delle motivazioni che lo hanno portato a compiere a scegliere quella Molti si arrogano la capacità di capire l’essenza di un uomo da quello che sceglie, come se si trattasse dell’abbinamento di un vino ad una pietanza… ma si sa’ noi siamo un popolo di allenatori in periodo di mondiali… e per il resto dell’anno siamo tutti psicologi, criminologi, opinionisti e fini statisti.

 

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io.Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. (Luigi Pirandello)

 Quanti di noi ripensano a questo semplice ma intenso pensiero prima di sparare a zero su qualcuno? La storia privata di ciascuno noi ci porta su un sentiero, l’educazione data dai nostri genitori, le amicizie e la vita ci portano a scegliere in quale direzione svoltare ad ogni bivio. Quello che noi saremo è quello che siamo stati, è la polvere  che ci siamo scrollati di dosso, è il vento che ci ha fatto rallentare, la pioggia che ha nascosto le nostre lacrime, il sole che ci ha scaldato il viso e la luna che ci ha scaldato il cuore.

 

Lì nel crocevia troviamo altri individui impegnati a scegliere la loro strada; alcuni li salutiamo mentre ci incamminiamo nel nuovo percorso, altri si muovono con noi… con alcuni di questi percorriamo un tratto di strada insieme, li chiamiamo amici, alleati compagni di vita o addirittura moglie o marito… ma con alcuni di questi percorriamo solo una parte del sentiero ed è il momento del commiato che ci fa capire cosa è successo veramente durante il percorso.

 

É in questo momento che si capisce la vera natura di coloro che ti hanno accompagnato lungo il sentiero… gli amici ti seguono anche se i sentieri che percorriamo sono distinti, gli alleati la maggior parte delle volte diventano alleati di altri (è la loro natura, senza qualcuno a cui allearsi non esistono) con i compagni di vita o coniugi si cammina, ci si perde per poi rincontrarsi (forse)… ma ci sono altre persone che incontri nel tuo percorso che ti segnano delle volte più di quanto possono fare le persone che ho summenzionato.

 Sono quelli individui che traggono la loro energia dalla tua, quando sei forte salgono sulle tue spalle e mangiano il tuo cibo, quando ti siedi a riprender fiato ti corrono intorno per mostrarti la loro energia, e che quando cadi ti guardano come gli avvoltoi guardano una preda.

 Parassiti che si nutrono dalla tua mano e quando questa ha un attimo di tentennamento non esitano a morderla.

Il dolore e le delusioni sono ciò che ci caratterizza di più; ogni caduta, ogni tradimento, ogni delusione e ogni ferita formano il nostro carattere più di ogni gioia ci danno forza, ci temprano e ci rendono unici.

 Proviamo ad applicare l’arte giapponese del “Kintsugi”. I giapponesi sono maestri nel riuscire a ricavare forza da quella che può apparire una debolezza, infatti, quando un oggetto in ceramica si rompe i giapponesi usano questa tecnica per ripararlo, riempiono la crepa con polvere d’oro; lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo e arricchirlo, quindi rispetto all’oggetto nuovo l’oggetto riparato sarà più prezioso, sia per la presenza dell’oro sia per la sua unicità.

Così anche per noi… le nostre cicatrici possono essere numerose o di grandi dimensioni, ma ci rendono unici e solo chi ha la forza e la pazienza di aspettare che la “riparazione” sia completata può vedere la nostra unicità. É questa peculiarità che rende il sentiero percorso da ciascuno di noi unico e irripetibile.

 “Metti il piede in fallo e cadi sette volte, otto rialzati e risorgi”. (Hagakure)

Sii forte

credi in te stesso

non ti arrendere MAI…

…e…

 …ricorda…

l’unica creatura che può fermarti sei tu.

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO EXCALIBUR [Anno XVIII – n. 90 Febbraio 2016] – periodico dell’Associazione culturale VICO SAN LUCIFERO – sito web: http://www.vicosanlucifero.it / vicosanlucifero@tiscali.it

 

 

 

Rumore di tuono di Ray Bradbury

•17 gennaio 2016 • Lascia un commento

1
L’ insegna sulla parete sembrava tremolare sotto una pellicola di acqua calda e instabile…
SAFARI NEL TEMPO S.P.A.
SAFARI IN QUALSIASI ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI CONDUCIAMO SUL POSTO.
VOI LO UCCIDETE
… “Questo safari garantisce che ritornerò vivo?”
“Non garantiamo niente” disse il funzionario “eccetto i dinosauri.” Si girò. “Questo è il signor Travis, la vostra Guida del Safari nel Passato. Vi dirà dove e a che cosa dovrete sparare. Se dice di non sparare, non sparate. Se disobbedite alle istruzioni, c’ è una penale di diecimila dollari, più una possibile azione da parte del governo, al ritorno.”
Eckels guardò, dall’ altra parte dell’ ufficio, a una massa aggrovigliata, un attorcersi e ronzare di fili e di cassette d’ acciaio, a un’ aurora boreale che scintillava, ora arancio, ora argento, ora azzurra…
“Inferno e dannazione” alitò, la luce della Macchina sul suo viso magro. “Una vera Macchina del Tempo.” Scosse il capo. “Ti fa pensare. Se le elezioni fossero andate male ieri, adesso potrei essere qui per sfuggirne i risultati. Grazie a Dio, ha vinto Keith. Sarà un ottimo Presidente degli Stati Uniti.”
“Sì”, disse l’uomo dietro la scrivania. “Siamo fortunati. Se l’ avesse spuntata Deutscher, avremmo avuto una dittatura della peggiore specie… Comunque, adesso Keith è Presidente. Voi dovete preoccuparvi soltanto di…”
“…di sparare al mio dinosauro” concluse Eckels per lui.
“Buona fortuna” disse l’uomo dietro la scrivania. “Signor Travis, è tutto vostro.”
Attraversarono in silenzio la stanza, portando con sè i fucili, verso la Macchina, verso il metallo argenteo e la luce ruggente..
2
“Quella” indicò il signor Travis “é la giungla di sessanta milioni duemila e cinquantacinque anni prima del Presidente Keith.”
Indicò un sentiero metallico che si stendeva sul deserto verde, sulla palude fumigante, fra felci e palme gigantesche.
“E quello” disse “è il Sentiero, messo qui dalla Safari nel Tempo perchè ve ne serviate. Galleggia a sei piedi di altezza sopra la terra… La sua funzione è di impedirvi di toccare in alcun modo questo mondo del passato. Rimanete sul Sentiero. Non scendetene. Lo ripeto. Non scendetene. Per nessuna ragione. Se ne cadete, dovrete pagare una penale. E non sparate a nessun animale senza la nostra approvazione.”
“Perchè?” chiese Eckels…
“Non vogliamo cambiare il Futuro. Noi non apparteniamo a questo Passato. Al governo non piace che noi siamo qui. Dobbiamo pagare grosse cifre per conservare la nostra autorizzazione. Una Macchina del Tempo è un faccenda maledettamente complessa. Se non lo conoscessimo, potremmo uccidere un animale importante, un uccello, uno scarafaggio, forse addirittura un fiore, distruggendo così un anello importante nell’ evoluzione di una specie…”
“Capisco” disse Eckels. “Allora non dovremmo neppure toccare l’ erba?”
“Esatto. Calpestare certe piante potrebbe provocare un accumularsi di variazioni infinitesimali. Un piccolo errore, qui, si moltiplicherebbe in sessanta milioni di anni, e sproporzionatamente. Naturalmente, forse la nostra teoria è errata. Forse il tempo non può essere cambiato da noi. O forse può essere cambiato soltanto in piccoli modi sottili. Un topo morto, qui, crea uno squilibrio tra gli insetti là, e più tardi una sproporzione di popolazione, un cattivo raccolto più oltre, una depressione, una carestia e, finalmente, un cambiamento nel temperamento sociale di paesi lontanissimi… Noi non sappiamo… Ma fino a che non sapremo con certezza se manomettendo il Tempo possiamo provocare nella storia un ruggito o un leggero fruscio, saremo maledettamente prudenti. Questa Macchina, questo Sentiero, i vostri abiti e i vostri corpi sono stati sterilizzati, come sapete, prima del viaggio. Portiamo questi caschi a ossigeno per non introdurre i nostri batteri in un’ atmosfera antica.”
“E come sapremo a quali animali sparare?…”
“Oggi, prima del nostro viaggio, abbiamo mandato qui Lesperance con la Macchina. E’ venuto in questa particolare èra e ha seguito certi animali.”
“Li ha studiati?”
“Esatto” disse Lesperance. ” Li ho seguiti in tutta la loro esistenza, notando quale di loro vive più a lungo. Pochissimi… Quando io ne scopro uno che sta per morire sotto un albero che crolla, o uno che annega in una fossa di catrame, annoto l’ ora, il minuto e il secondo esatti. Sparo un proiettile carico di  vernice, che gli lascia sulla pelle una striscia rossa. Non possiamo sbagliare. Poi io stabilisco una correlazione con il nostro arrivo nel Passato, in modo che incontriamo il Mostro non più di due minuti prima dell’ attimo in cui sarebbe morto comunque. In questo modo, uccidiamo soltanto animali senza futuro, che non si accoppieranno più. Vedete quanto siamo prudenti?”
3
… La giungla era immensa e piena di cinguettii, di fruscii, di mormorii, e di sospiri.
Improvvisamente tutto cessò, come se qualcuno avesse chiuso una porta.
Silenzio.
Un rumore di tuono.
Dalla nebbia, cento metri più avanti, uscì il Tyrannosaurus Rex.
“Gesù, Dio” sussurrò Eckels…
Avanzava su grandi zampe oliate, resilienti, capaci di lunghi passi. Torreggiava, alto dieci metri, sopra metà degli alberi, un grande dio maligno, piegando i delicati artigli da orologiaio stretti all’ oleoso petto di rettile. Ognuna delle zampe posteriori era un pistone, mille libbre di osso bianco affondato in spesse funi di muscoli, inguainato nello scintillio di una pelle bitorzoluta simile alla maglia di un terribile guerriero… E dalla grande gabbia respirante della parte superiore del corpo quelle due braccia delicate penzolavano, braccia che avevano mani capaci di raccogliere e di esaminare gli uomini come balocchi, mentre il collo di serpente li avvolgeva in spire… I suoi occhi roteavano, occhi di struzzo, deserti di ogni espressione tranne la fame…
“Non è possibile ucciderlo.” Eckels pronunciò quietamente il suo verdetto, come se non potesse esservi discussione… Il fucile che aveva in mano gli pareva un fucilino-giocattolo. “Siamo stati pazzi a venire. E’ impossibile”
“Zitto!” sibilò Travis.
“E’ un incubo.”
“Voltatevi!” ordinò Travis. “Dirigetevi tranquillamente alla Macchina. Vi renderemo metà della somma che ci avete versato”…
“Ci vede!”
“Ecco la vernice rossa sul petto!”…
“Non correte,” disse Lesperance. “Giratevi. Rifugiatevi nella Macchina.”…
“Non da quella parte!”
Il Mostro, al primo movimento, si lanciò in avanti con un grido terribile. Coprì cento metri in quattro secondi. I fucili sussultarono e lampeggiarono fuoco. Una tempesta di vento uscita dalla bocca della belva li inabissò nel fetore del limo e del sangue vecchio. Il Mostro ruggì, i suoi denti scintillarono nel sole.
Eckels, senza guardarsi indietro, camminò ciecamente verso l’ orlo del Sentiero con il fucile inerte tra le braccia, scese dal Sentiero e camminò, senza saperlo, nella giungla. I suoi piedi affondavano nel muschio verde. Le sue gambe lo muovevano, e si sentiva solo, lontano dagli eventi dietro di lui.
I fucili crepitarono ancora…
Come un idolo di pietra, come una valanga montana, il Tyrannosaurus cadde…
Nella Macchina del Tempo, disteso a faccia in giù, Eckels tremava. Era ritornato al Sentiero, era salito nella Macchina…
4
La stanza era là, come l’ avevano lasciata. Ma non era la stessa che avevano lasciata. Lo stesso uomo sedeva dietro la scrivania. Ma non era esattamente lo stesso uomo seduto dietro la stessa scrivania…
Eckels stava immobile, fiutando l’ aria, e c’ era qualcosa nell’ aria, una contaminazione chimica così sottile, così lieve, che soltanto un debole grido dei suoi sensi subliminali l’ avvertiva di quella presenza..
Ma la realtà immediata era la scritta dipinta sulla parete dell’ ufficio, la stessa scritta che aveva letto quel giorno, appena entrato.
In qualche modo, la scritta era cambiata.
SEFARI NEL TEMPO S.P.A.
SEFARI EN QUELSIESI ANNO NIL PASSATO.
VUI SCIGLITE L’ ANNIMALE.
NUI VE CONDICIAMO SIL POSTO.
VUI LU UCCEDITE.
Eckels si sentì crollare su una sedia. Rovistò pazzamente nel limo spesso sui suoi stivali. Sollevò un grumo di terriccio, tremando.
“No, non può essere. Non una cosa piccola come questa. No.”
Semisepolta nel fango, scintillante verde e oro e nera, c’ era una farfalla, bellissima e morta…

Il suo viso era freddo. La sua bocca tremò nel chiedere:
“Chi… chi ha vinto le elezioni presidenziali, ieri?”
L’ uomo dietro la scrivania rise.
“State scherzando? Lo sapete maledettamente bene. Deutsher, naturalmente! Chi altri? Non quel dannato codardo di Keith. Abbiamo un uomo di ferro, adesso, un uomo di fegato, per Dio!”…
Eckels gemette. Cadde in ginocchio. Cercò di raccogliere la farfalla dorata con le dita tremanti.
“Non possiamo” supplicò, rivolto al mondo, a se stesso, ai funzionari, alla Macchina “non possiamo riportarla indietro, non possiamo farla ritornare viva? Non possiamo ricominciare? Non possiamo…”
Non si mosse. Con gli occhi chiusi, attese, rabbrividendo. Udì Travis respirare pesantemente nella stanza; udì Travis muovere il fucile, togliere la sicura, e alzare l’ arma.
Vi fu un rumore di tuono.

Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo

•17 gennaio 2016 • Lascia un commento

Di Renato Farina
Tratto da Tempi.it
http://www.tempi.it/parlare-al-sangue-che-bolle-un-don-giussani-maestoso-e-tremendo#.VptImb7SLZt

La Terra in fiamme tra fondamentalismo islamico e nichilismo occidentale. Il disorientamento degli uomini. Il conformismo ecclesiastico. E l’urgenza di riconoscere, affermare e comunicare l’Essere. Intervista del 2002 al fondatore di Cl

Questa intervista ha una maestà imperiosa. Dolcissima e tremenda. Di solito in qualsiasi lavoro giornalistico resta l’impronta, la mediazione più o meno letteraria e narcisistica di chi firma il colloquio. Mi è capitato di rileggerla per caso, ma il caso non esiste, è un altro nome della grazia, e giuro non è uscita da me, proprio non mi appartiene. Ma ritengo che questa intervista sia oggi il ritorno della stella. Come la cometa dopo un’orbita che l’aveva tolta dalla vista, essa è una luce benedetta. E chi non vede è cieco. Mi resta in mente la voce di don Giussani, quando disse «ribollire il sangue!». Ribolliva il suo sangue.

Per un po’ di memoria. Questa intervista non era programmata, niente registratore, appunti su un angolo di giornale. Ebbe tre momenti. Due-tre volte a Sanremo (mi aveva invitato dove risiedeva durante l’inverno, in una casetta a mezzacosta, e io seguivo da giornalista il festival di Sanremo) e poi a Gudo Gambaredo. Appunti sistemati con l’aiuto di Alberto Savorana che era presente, insieme a Gisella Corsico, a quegli incontri (li ringraziai nel libro che raccolse questa intervista, Un caffè in compagnia). Spedii dieci pagine a don Giussani, molto titubante, non volle toccare una parola. Sono ancora oggi colpito dalla forza estrema di un uomo sfinito, che vedeva il suo corpo disfarsi e il suo “io” sempre più una cosa sola con il Mistero e i suoi figli spirituali. Ricordo molto bene come don Giussani dopo il secondo colloquio dovette ritirarsi perché non riusciva più a parlare. Gisella venne da Alberto e da me e ci riferì qualcosa come: «Mi ha detto: “Ah, se avessi ancora le forze, come vorrei aiutarli giorno per giorno”». (Renato Farina)

La campagna, nel quieto borgo nella Bassa milanese, è bagnata e fumante di pioggia al sole del mezzodì. Ha parlato tutto il tempo dell’Essere, del Mistero, monsignor Luigi Giussani quest’oggi. «L’Essere esistente qui e ora, l’Essere-Carità». Ma non l’Essere dei filosofi: anche quello, senz’altro. Bensì l’Essere che sono le nostre facce. Un Mistero familiare. Don Gius (lo si chiama familiarmente così) gli ha dato un nome che non mi aspettavo. Non ha detto anzitutto Cristo, ma «Madonna», «la Madonna». Poi la frase profetica, detta con assoluta certezza: «Io credo che, se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei possano essere una sola cosa nel giro di 60-70 anni».
S’è smagrito, don Giussani, gli è impossibile la distrazione dall’essenziale, il suo parlare è un martellare sul pianoforte delle dita di Chopin: l’uomo, Dio, la libertà, l’amore, la bellezza. E i nomi delle persone. Basta così. Ha la certezza che ciascuno di noi abbia un compito – «anche tu che non credi a niente, amico!», lui ti direbbe – discreto ed essenziale: senza il nostro lavoro, le mani dell’Essere avrebbero meno presa sulle cose. «Non avverti che il tuo io si disfa quando non mendica l’Essere?», mi dice. «L’Essere ci vuole coinvolgere, prende tra le mani il nostro marasma, come la madre ascolta la voce del bambino e ci comunica se stesso». Senza questo, detto da un vecchio dagli occhi verdi come acque lucenti, vivere sarebbe molto meno che vivere. Ripete: «Senza Cristo le cose si sfarinerebbero, l’io sarebbe sperduto. Invece…». Il vino buono, il pane fragrante e gustato lentamente («Dopo la poesia e la musica, il gusto per la bellezza si esercita negli uomini sul cibo e sul vino», dice inaspettatamente). Provo qui a trascrivere gli appunti un po’ malfermi di un incontro personale che non aveva intenzione di essere un’intervista. Mi si scuserà il rincorrersi di maiuscole e di minuscole: non ci capisco nulla, ma anche con la “e” minuscola, l’essere è tutto, tu che leggi sei tutto. Torna spesso la parola carità. Se come il fumo dell’incenso rischia di indisporre qualcuno, pensi che somiglia all’amore, ne è il nome cristiano.
Don Luigi Giussani, quasi 80 anni, è la personalità religiosa italiana più nota al mondo, ben al di là dei confini di Comunione e Liberazione che ha fondato nel 1954. I suoi libri hanno avuto un successo strepitoso negli Stati Uniti d’America dove ormai Cl è diffusa in ogni città. È in pieno svolgimento il Meeting di Rimini dedicato a “Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza”.

Che cosa sta studiando e pensando, don Giussani?
Mi sto rendendo conto ogni giorno più vivamente che l’Essere è Mistero, mistero esistente. L’essere esistente! La situazione tragica dell’uomo è che non lo riconosce.
Ci accorgiamo di esistere. Ed è già tanto.
Se l’essere è Mistero non può essere riconosciuto se non è amato. Amato! L’amore che cos’è? Distaccarsi completamente da sé per entrare in un tu. Così esci da te stesso e ti lasci afferrare in un vortice da cui si incomincia a capire l’Essere. L’Essere-Mistero non potrebbe essere individuabile, non lo si potrebbe sorprendere e aderirvi se non si svelasse come Carità.
Mistero, come del resto la parola amore, sono diventate parole che si trovano sui giornali dei parrucchieri: poltiglie senza sapore ormai.
Lo so bene. Ma resta un istinto non ancora distrutto nelle persone per cui le parole riprendono spessore. Occorre per comunicare quello che ho detto un atteggiamento dell’animo che sorprenda tutti, la cui responsabilità riconduca di nuovo al vero punto dove tutto inizia.
Insomma, se ho letto bene nei suoi libri, l’esperienza: senza esperienza non si conosce e non si comunica.
E l’esperienza è esperienza dell’amore o non è. Del resto, l’Essere è Carità. Il Mistero che ci fa esistere, che ci circonda, che suscita le nostre domande e i nostri desideri, e che si propone da ogni parte, è Carità. Dio si sopporta per questo…
Molti peraltro non lo sopportano.
Non intendevo questo. Volevo proprio dire che Dio sopporta se stesso perché è Carità. Per questo l’Essere accetta se stesso, perché è Carità. Non porta dentro di sé la morte e la contesa: è Carità con se stesso e fuori di sé, verso tutto e tutti. Essendo Amore si accetta e si propone.
Mi permetta: questo è incredibile. Tutto il mondo è in fiamme. Lei lo sa, ha in mano il giornale, e dice: il Mistero ci circonda ed è Carità, che è poi il nome della Bibbia all’Amore (o mi sbaglio?).
Proprio così. E questo Mistero agli uomini tocca riconoscerlo e imitarlo. Questo è il punto drammatico del nostro tempo. Ed è quello che i talebani – i fondamentalisti islamici – non capiranno mai: l’identificazione tra la percezione dell’Essere e l’Amore. Questa è la diversità, ed è la grande partita che può decidere in un modo o nell’altro dell’avvenire. Mi commuovo sapendo che in Kazakistan, a pochi chilometri dalla guerra in Afghanistan, ci sono presenze cristiane di miei amici che riconoscono questo Mistero-Carità. C’è attesa di questo più tra i poveri, a qualsiasi confessione aderiscano per tradizione o per scelta, che tra coloro che si sentono di aver compreso e misurato definitivamente il Mistero, siano cattolici o no.
Lei è duro con i capi della cristianità.
Il Papa è commovente nella netta percezione della tragedia odierna e nell’animo trepidante e indomito con cui indica il compito. Mi colpisce l’assoluta purità della sua presenza nel mondo. Basti averlo visto a Toronto, o in Messico, dinanzi alla Madonna di Guadalupe. La mia gioia è stata potergli comunicare, il giorno stesso della festa mondiale della gioventù, che 108 giovani di 22 nazioni si erano quel giorno promessi a Cristo nella verginità tra i Memores Domini (associazione di diritto pontificio nata da Cl e presieduta da don Giussani, ndr). Ma chi lo ascolta? Non l’ascoltano… Persino tra i vescovi e i preti. Gli stessi capi comunità non capiscono bene queste cose, nel senso di spezzare il loro conformismo così da aprire varchi verso il futuro: non attendono la pienezza. Non c’è attesa. Questo vale in Cl e fuori, nella Chiesa e fuori. La questione è semplice: ciò che c’è, il mistero che c’è, la realtà dell’Essere, si accetta solo in forza di un’esperienza in cui uno è diventato oggetto di Dio. Sei coinvolto in un vortice che accade ora, e che ha una storia, ma la storia riprende sempre hic et nunc, altrimenti non è storia, e non c’è storia. E da questo nasce una civiltà. Altrimenti si è spazzati via.
Invece questo hic et nunc, il qui ed ora, non è avvertito?
Si tramanda un discorso corretto e pulito, alcune regole su come essere cristiani e uomini. Ma senza amore, senza il riconoscimento del Mistero vivificante, il singolo si spegne e muore. La nostra speranza, la salvezza di Cristo non può essere qualcosa che abbiamo letto e sappiamo ripetere bene. Un discorso più o meno edificante o moralistico, ecco, a questo viene ridotto spesso l’annuncio. Bisognerebbe ribollire… Invece il mondo lo si lascia naufragare senza pastore… Non si comprende questo: ciò che risulta utile davvero è quanto investe il popolo e per cui il popolo è esaltato. Cioè l’unità come visibile segno di questo Mistero-Carità. Questo Mistero ha investito ed investe hic et nunc (qui, ora!) un popolo che talvolta non ha neanche più i suoi capi che se ne accorgono… Altrimenti essi accorrerebbero irruenti a mostrare e dimostrare la salvezza di Cristo.
Non è solo dunque incapacità di comunicare?
Non c’è più la fede che diventa principio interpretativo delle cose. E anche fuori dalla comunità cristiana, non si percepisce più l’essenza del cammino religioso umano. Siamo all’assurdo che è autorizzato a parlare di Israele solo chi dia per scontato che questo popolo che resta eletto non possa più radunarsi con i cristiani. Ma è il popolo dell’attesa… Gli ebrei più avvertiti lo sanno: mi è giunto un messaggio dal rabbino di New York che definisce Comunione e Liberazione “il resto d’Israele”. Io credo che, se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei possano essere una sola cosa nel giro di 60-70 anni.
Questa è una cosa inaudita.
Proprio questo è il problema: è come se non si aspettasse più nulla. E qui intravedo il compito dei cristiani. Bisogna che percepiscano questo Mistero-Carità. Vorrei fossero consolati e animati dalla partecipazione della presenza del Papa nella storia di oggi: bisognerebbe semplicemente obbedire e ribollire, essere travolti da un vortice, invece… Non si è ancora comunicata l’esaltazione del singolo, la vittoria del Mistero, la gloria di Cristo di fronte a quello che accade. Ma questo avviene se c’è questa esperienza. Per questo voglio ricondurre tutti a questo riconoscimento: l’Essere è Mistero. Come si fa ad affermarlo? Poiché si riconosce che c’è! C’è! Il Mistero c’è. Come si fa a dire così? Si può imitare il Mistero, ecco. Imitare l’Amore nel governo di Sé, nella Sua dedizione. Trovare il modo di dirlo, far sì che queste cose per noi siano lo sconvolgimento e la pace del nostro io. Il punto in cui il Mistero si ricompone è la voce del bambino, il rapporto con la mamma, il rapporto con il Mistero che ci si comunica.
Dice una cosa sola…
Torno sempre lì, e a te pare che ripeta sempre la stessa cosa: ma è la realtà, è tutto. È drammatica la situazione dell’uomo di fronte all’Essere. Si accetta solo ciò di cui si è fatta esperienza. Ma se non è vissuta come esperienza d’amore si finisce per ancorarsi a una visione tragica, a comunicare la croce senza che questo sia vivificante. Si finisce per comunicare Cristo e ciò che da lui deriva con un discorso pulito, ma non santificante, perché senza un amore, senza essere presi da quel vortice che è il Mistero-Carità si è alla fine sterili. Senza Cristo non c’è nulla di sicuro, saremmo nell’insicurezza assoluta. Invece con Lui il singolo è esaltato. Per questo voglio ricondurre tutto a questo: l’Essere è Mistero. Il Mistero c’è. Da parte nostra si può solo imitare il Mistero. Parlo dell’Essere come affermazione di una positività, della positività della vita: è carità.
Diceva il catechismo di fare le opere della carità.
Ma uno non si salva da solo, per i propositi che fa, perché è un Altro che salva lui e il mondo attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fuoriesce dal flusso dell’Essere!
Ci si dimentica però, ci si appoggia alla morale, e si tradisce pure quella.
Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole. La capacità degli uomini di ingannarsi e di farsi ingannare è grande. È la fallacia dell’apparenza. E i cristiani spesso vi si crogiolano, essi si illudono di essere buoni perché hanno capito una volta e fanno riferimento come se si salvassero con il discorso e la coerenza. Preferisco molti che cristiani non sono, perché sono consapevoli del male e della loro incapacità di seguire il bene che pure presentono. Per questo prediligo certi temperamenti che si agitano nel mondo e aspettano una pace che non viene, piuttosto che quei cattolici che si costruiscono un sistema per riposare nella loro supposta fede e supposta carità. In loro Cristo viene mummificato, ed in più credono di conoscerlo.
E intanto il mondo è in fiamme.
Una di queste mattine, guardando i giornali, pensavo a Bush di fronte a quei suoi ragazzi mandati in Afghanistan. Chissà come si sarà sentito alla notizia che ogni tanto gli giunge di caduti. Avrà pensato forse: «È colpa mia se sono morti, sono io che guido l’esercito. Ma devo agire così contro i talebani per salvare la nazione». Vorrei dirgli: non la salvi tu la nazione. La salva Colui, quella Realtà, quell’Essere, quel livello dell’Essere a cui tu, Bush, dici: ti riconosco e faccio quello che posso per salvare la nazione, così che questo Mistero-Carità possa essere riconosciuto. Questa è la differenza tra Bush, in quanto riconosce la sua appartenenza a una storia cristiana, e i talebani.
Don Gius, ha ottant’anni a ottobre, la salute non sempre l’ha sostenuta. Dev’essere una roba grossa quel mistero se dà il sorriso ai vecchi nella dissipazione del cristianesimo.
Dico quel che vedo, sono entusiasta di quel che sono. Dio ha fatto l’uomo, Cristo ha fatto l’uomo e la Chiesa come sviluppo di questo. Allora c’è da vivere come Cristo e da vivere la gioia pasquale. Dobbiamo ringraziare lo Spirito per quello che ci ha fatto conoscere: Cristo e la Sua storia, e per averci chiamato a vivere tutti gli aspetti della storia come parte della Sua storia.
Ma è difficile tutto questo…
C’è un modo di far diventare semplici queste cose: dire quello che si vede. Dio fatto uomo, Cristo, e la Chiesa sviluppo di questo. C’è un istinto che non è ancora distrutto negli uomini, c’è ancora la ragione, essa permette di non ritenere il male come ineluttabile, come se la storia fosse per forza destinata a veder prevalere la visione dei talebani o dei fondamentalisti. Non sono inesorabili le loro vittorie, perché con la ragione si può individuare che quel che affermano non è il Mistero, e non corrisponde all’attesa dell’uomo. C’è ancora questo istinto e non è stato distrutto. L’essere come caritas! Se ne hai fatto esperienza anche per un istante, da quel momento non puoi più trascurare questo punto di vista. Purché ci sia chi te lo rammenta con la sua compagnia.
Quale metodo pubblico per una ripresa della presa cristiana sulle cose? Ora c’è il Meeting, ad esempio…
La preoccupazione più grande per noi dev’essere questa: che con semplicità di parole l’esperienza del Mistero torni tra la folla, tra la gente-gente. Essere nel groviglio umano l’unico punto di intelligenza. Essere lì come chi dica a ciascuno, qualunque cosa stia facendo o dicendo o scrivendo: «Tu cosa c’entri con questo?». Occorre uno slancio generativo in cui convogliare amici e nemici, chiamarli ad incontri, persino riunioni dove però al centro non ci sia l’incontro o la riunione, ma l’uomo, armati di una consapevolezza di che cosa grande e unica sia il Mistero. Dio come Mistero di carità, è l’unica lettera che vorrei scrivere, a quelli di Cl, a tutti.
Qual è il sintomo della mancanza dell’esperienza cristiana?
La fede non opera più il salto culturale, non dice niente al sangue che bolle. Siamo gli unici – noi cristiani – che possiamo investire culturalmente nella folla, non parlo delle élites, ma proprio nella folla spersa, quella che accende la televisione, quella che va a scuola e trova professoresse cui non importa niente degli allievi. Qualcosa deve riaccadere, altrimenti… Nei dodici anni di seminario non si parlava che di questo, la fede che investe tutto: Carducci, Leopardi e Pascoli. Se uno ha fatto anche solo un poco esperienza del mistero di Cristo, la crescita personale sarà un processo nella carità, per cui non può non entusiasmarsi di Leopardi, di Dante, di Pascoli, di qualsiasi espressione dove ci sia l’uomo: perché non si può adorare una presenza – Dio! – senza che si soffra per un’assenza, che tu vuoi colmare, hai la febbre per questo.
(Mi rivela che passa buona parte del tempo a “leggere il breviario”). Che cosa ritrova nel breviario di questi tempi?
C’è un’esaltazione della Madonna, è la carnalità del cristianesimo. Essa esprime pienamente la pedagogia di Cristo nel rivelarsi. Si oppone anche oggi alla negazione di tutto, a quel nichilismo che caratterizza il mondo post-liberale, così indifeso dinanzi all’avanzata islamica. La Madonna è il Mistero.
Mistero, usa proprio tanto questa parola ed essa oggi è tradotta in immagini tenebrose e vagamente esoteriche.
Il Mistero non è la tenebra, ma ciò che ci è dato sperimentare dell’Essere. La Madonna toglie qualsiasi equivoco, nella sua semplicità e carnalità. Come fa il Mistero a rivelarsi come Mistero? La Madonna! Ella è il punto culminante della dialettica religiosa e filosofica. Se il Destino considera se stesso come Mistero, l’aspetto umano che ci fa dire che è misterioso diventa coscienza della Madonna. Perché il primo rilievo possibile all’uomo nel Mistero, il primo rilievo fisico e spirituale del fatto del Mistero è la Madonna. La caratteristica del Mistero è che è comprensibile tra i poveri ignoranti. Così l’opera dello Spirito, Creatore dell’universo, è la Madonna. Non lo dico per devozionalismo, ma perché è oggettivamente così. Lo Spirito si rende sperimentabile come Carità nella Madonna. Vorrei fare un articolo sulla Madonna, qualunque cosa che Ella tocca diventa umana e insieme la colloca nel Mistero. Che la Madonna sia il primo segno di questa Presenza di Dio dà scandalo. Ma soltanto chi capisce questo può interessarsi davvero del divino. Scoprire come nella Beata Vergine si sia incarnato Dio, fa sì che tutto diventi parte di questa scoperta: la prima pagina del giornale, il numero dei capelli di chi ami.
Le persone che passano per più intelligenti, proprio qui trovano uno scoglio e non capiscono. Dicono: residuo pagano. In buona fede non accettano.
Invece lo capiscono le loro madri! Ma loro si rifiutano di accettare la pienezza di quel che scrisse Dante, «Vergine madre, figlia del tuo figlio». C’è la libertà, capisci? E questo mi fa scoppiare di contentezza. Non mi spaventa il mio limite, è la dimostrazione più fantastica dell’esistenza di Dio, che si palesa in negativo, come mia mancanza.
Cosa c’entra il Mistero-Carità con la crudeltà della Natura? Per molti è obiezione drammatica e getta un’ombra su Dio…
Quando tua madre ti ha preso in braccio, ha detto il tuo nome, lì si palesa il Mistero. Come puoi essere tu a dargli la misura, a giudicarlo? Era la scelta che si pose per Abramo dinanzi a Isacco. Dentro il Mistero anche l’acciuga mangiata dal tonno trova la sua redenzione. Chi ha sperimentato l’abbraccio di Cristo lo sa. Chi no, non chiuda la porta, chieda che Dio riveli il suo volto.
È ora di andare. Mi guarda e mi dice: «A voi giornalisti chiedo la consapevolezza di essere alla radice della conversione del mondo. Provate ad essere i portentosi provocatori della vita comune degli uomini». Ha tra le mani un’immagine di Raffaello, vi si raffigura un san Paolo pensoso: «Se non si entra al livello di Raffaello, se non si scorgono i volti come Raffaello, non c’è esperienza del Mistero. Ringraziamo lo Spirito, cioè la Sorgente dell’essere per ciò che ci ha fatto conoscere, cioè Cristo e la sua storia, e di vivere gli aspetti anche minuti della nostra storia come parte della Storia». Fischietta “La donna è mobile”. Fuori c’è un bellissimo sole, le chiome dei tigli sono tese dal vento, “il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza”, non è vero?

@RenatoFarina

Senza paura davanti allo specchio L’integrità nasce dal rispetto delle proprie idee ed ideali

•31 marzo 2015 • Lascia un commento

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Al giorno d’oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.(Oscar Wilde)
Definizione terribile che racchiude in poche semplici parole la meta verso cui alcuni vorrebbero portare la nostra società.  Oggi più che al tempo di Wilde è più semplice dare un prezzo ad ogni oggetto, o volendo, anche ad ogni individuo; qualcuno potrebbe storcere il naso per questa mia affermazione, ma è così che abitualmente siamo abituati. Non mi riferisco ad un prezzo puramente economico… parafrasando “ti farò un offerta che non potrai rifiutare”. Sin qui ho parlato di prezzo, e questo non è casuale, ma quello che si attribuisce con fatica è il valore. Per alcuni questi due termini sono sinonimi.  …nella Polinesia di Gaugin l’innocenza e l’integrità morale rappresentano il sogno di una terra utopica… Cosa significa attribuire un valore a qualcosa o qualcuno? Per alcuni di noi – penso che la mia generazione sia l’ultima che è stata educata in tale senso – è una cosa automatica o quasi: il valore è semplicemente una parte irrinunciabile di qualcuno (o anche qualcosa) che contribuisce ad attribuire un significato. Il valore di una persona è il fulcro del suo essere, il punto di congiunzione tra quello che ci è stato insegnato e quello che siamo e che diventiamo, è il nutrimento principe della sua anima: la sua essenza più intima e vera.  Per questa ragione dare valore alla persona significa esaltarla nella sua totalità, apprezzare la sua più profonda essenza. Perché troviamo tanto semplice attribuire un prezzo a qualcosa ma non riusciamo a vedere il valore di ciò che ci circonda? Quando il valore ha perduto la sua importanza? dividuo è’ la coerenza sia di pensiero che di operato. Io ho sempre avuto grande rispetto per chi ha combattuto strenuamente per le sue idee e per i suoi valori, al di là del fatto che io sia stata d’accordo o meno con il loro pensiero, ho sempre apprezzato la forza e la determinazione con cui queste persone hanno difeso I loro ideali. Da qualche anno a questa parte sto’ assistendo, mio malgrado, ad una degenerazione generale di valori. Provo un senso di ribrezzo nel vedere delle persone prima combattere strenuamente delle battaglie, mettersi in gioco in toto per una causa, o sotto una bandiera… e poi… vederli il giorno dopo fare lo stesso per qualcosa di opposto. Sarebbe troppo facile e riduttivo associare questa pratica solo agli attuali quarantenni o cinquantenni, o riferirla ad un solo settore della É arrivato un momento in cui la società ha smesso di considerare i suoi pilastri come tali ed ha assestato il colpo di grazia ad un sistema già in profonda crisi. La rincorsa alla “modernità” mondana ha portato a sostituire delle certezze con l’effimero. Questo ritengo che sia il punto di svolta in negativo e da qui la parabola discendente ha tratto origine. società. Sarebbe troppo semplicistico dire, mah ha fatto bene, è’ stata una grande occasione sarebbe stato un peccato rinunciare ad un’offerta così ghiotta… ma così facendo si dà un prezzo all’integrità si dà un prezzo ai valori; chi di noi non ha mai pensato che non schierarsi sarebbe stata la scelta più facile, che non manifestando il proprio dissenso verso qualcuno si poteva evitare la bufera… ma così facendo l’unico risultato che si può ottenere è dare credito alla disfatta. Io rispetto coloro che dicono quello che pensano e che fanno quello che dicono, sempre e comunque, assumendosi le conseguenze delle loro azioni e delle loro scelte… chi sceglie e non torna sui suoi passi… chi ha delle idee, crede in un ideale e non lo rinnega per un mero tornaconto. Avere uno specchio e riuscire a specchiarsi ogni mattina, ogni giorno della vita, guardare un amico negli occhi senza aver paura che lui possa leggere la disonestà e il tradimento nei miei occhi. Per cultura ed educazione personali ho sempre ritenuto che il valore fondamentale di un inpagina La nostra integrità è l’unica cosa che nessuno può portarci via, a meno che non ci vendiamo noi al primo offerente

Articolo pubblicato sul numero 82 della rivista Excalibur