Rumore di tuono di Ray Bradbury

•17 gennaio 2016 • Lascia un commento

1
L’ insegna sulla parete sembrava tremolare sotto una pellicola di acqua calda e instabile…
SAFARI NEL TEMPO S.P.A.
SAFARI IN QUALSIASI ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI CONDUCIAMO SUL POSTO.
VOI LO UCCIDETE
… “Questo safari garantisce che ritornerò vivo?”
“Non garantiamo niente” disse il funzionario “eccetto i dinosauri.” Si girò. “Questo è il signor Travis, la vostra Guida del Safari nel Passato. Vi dirà dove e a che cosa dovrete sparare. Se dice di non sparare, non sparate. Se disobbedite alle istruzioni, c’ è una penale di diecimila dollari, più una possibile azione da parte del governo, al ritorno.”
Eckels guardò, dall’ altra parte dell’ ufficio, a una massa aggrovigliata, un attorcersi e ronzare di fili e di cassette d’ acciaio, a un’ aurora boreale che scintillava, ora arancio, ora argento, ora azzurra…
“Inferno e dannazione” alitò, la luce della Macchina sul suo viso magro. “Una vera Macchina del Tempo.” Scosse il capo. “Ti fa pensare. Se le elezioni fossero andate male ieri, adesso potrei essere qui per sfuggirne i risultati. Grazie a Dio, ha vinto Keith. Sarà un ottimo Presidente degli Stati Uniti.”
“Sì”, disse l’uomo dietro la scrivania. “Siamo fortunati. Se l’ avesse spuntata Deutscher, avremmo avuto una dittatura della peggiore specie… Comunque, adesso Keith è Presidente. Voi dovete preoccuparvi soltanto di…”
“…di sparare al mio dinosauro” concluse Eckels per lui.
“Buona fortuna” disse l’uomo dietro la scrivania. “Signor Travis, è tutto vostro.”
Attraversarono in silenzio la stanza, portando con sè i fucili, verso la Macchina, verso il metallo argenteo e la luce ruggente..
2
“Quella” indicò il signor Travis “é la giungla di sessanta milioni duemila e cinquantacinque anni prima del Presidente Keith.”
Indicò un sentiero metallico che si stendeva sul deserto verde, sulla palude fumigante, fra felci e palme gigantesche.
“E quello” disse “è il Sentiero, messo qui dalla Safari nel Tempo perchè ve ne serviate. Galleggia a sei piedi di altezza sopra la terra… La sua funzione è di impedirvi di toccare in alcun modo questo mondo del passato. Rimanete sul Sentiero. Non scendetene. Lo ripeto. Non scendetene. Per nessuna ragione. Se ne cadete, dovrete pagare una penale. E non sparate a nessun animale senza la nostra approvazione.”
“Perchè?” chiese Eckels…
“Non vogliamo cambiare il Futuro. Noi non apparteniamo a questo Passato. Al governo non piace che noi siamo qui. Dobbiamo pagare grosse cifre per conservare la nostra autorizzazione. Una Macchina del Tempo è un faccenda maledettamente complessa. Se non lo conoscessimo, potremmo uccidere un animale importante, un uccello, uno scarafaggio, forse addirittura un fiore, distruggendo così un anello importante nell’ evoluzione di una specie…”
“Capisco” disse Eckels. “Allora non dovremmo neppure toccare l’ erba?”
“Esatto. Calpestare certe piante potrebbe provocare un accumularsi di variazioni infinitesimali. Un piccolo errore, qui, si moltiplicherebbe in sessanta milioni di anni, e sproporzionatamente. Naturalmente, forse la nostra teoria è errata. Forse il tempo non può essere cambiato da noi. O forse può essere cambiato soltanto in piccoli modi sottili. Un topo morto, qui, crea uno squilibrio tra gli insetti là, e più tardi una sproporzione di popolazione, un cattivo raccolto più oltre, una depressione, una carestia e, finalmente, un cambiamento nel temperamento sociale di paesi lontanissimi… Noi non sappiamo… Ma fino a che non sapremo con certezza se manomettendo il Tempo possiamo provocare nella storia un ruggito o un leggero fruscio, saremo maledettamente prudenti. Questa Macchina, questo Sentiero, i vostri abiti e i vostri corpi sono stati sterilizzati, come sapete, prima del viaggio. Portiamo questi caschi a ossigeno per non introdurre i nostri batteri in un’ atmosfera antica.”
“E come sapremo a quali animali sparare?…”
“Oggi, prima del nostro viaggio, abbiamo mandato qui Lesperance con la Macchina. E’ venuto in questa particolare èra e ha seguito certi animali.”
“Li ha studiati?”
“Esatto” disse Lesperance. ” Li ho seguiti in tutta la loro esistenza, notando quale di loro vive più a lungo. Pochissimi… Quando io ne scopro uno che sta per morire sotto un albero che crolla, o uno che annega in una fossa di catrame, annoto l’ ora, il minuto e il secondo esatti. Sparo un proiettile carico di  vernice, che gli lascia sulla pelle una striscia rossa. Non possiamo sbagliare. Poi io stabilisco una correlazione con il nostro arrivo nel Passato, in modo che incontriamo il Mostro non più di due minuti prima dell’ attimo in cui sarebbe morto comunque. In questo modo, uccidiamo soltanto animali senza futuro, che non si accoppieranno più. Vedete quanto siamo prudenti?”
3
… La giungla era immensa e piena di cinguettii, di fruscii, di mormorii, e di sospiri.
Improvvisamente tutto cessò, come se qualcuno avesse chiuso una porta.
Silenzio.
Un rumore di tuono.
Dalla nebbia, cento metri più avanti, uscì il Tyrannosaurus Rex.
“Gesù, Dio” sussurrò Eckels…
Avanzava su grandi zampe oliate, resilienti, capaci di lunghi passi. Torreggiava, alto dieci metri, sopra metà degli alberi, un grande dio maligno, piegando i delicati artigli da orologiaio stretti all’ oleoso petto di rettile. Ognuna delle zampe posteriori era un pistone, mille libbre di osso bianco affondato in spesse funi di muscoli, inguainato nello scintillio di una pelle bitorzoluta simile alla maglia di un terribile guerriero… E dalla grande gabbia respirante della parte superiore del corpo quelle due braccia delicate penzolavano, braccia che avevano mani capaci di raccogliere e di esaminare gli uomini come balocchi, mentre il collo di serpente li avvolgeva in spire… I suoi occhi roteavano, occhi di struzzo, deserti di ogni espressione tranne la fame…
“Non è possibile ucciderlo.” Eckels pronunciò quietamente il suo verdetto, come se non potesse esservi discussione… Il fucile che aveva in mano gli pareva un fucilino-giocattolo. “Siamo stati pazzi a venire. E’ impossibile”
“Zitto!” sibilò Travis.
“E’ un incubo.”
“Voltatevi!” ordinò Travis. “Dirigetevi tranquillamente alla Macchina. Vi renderemo metà della somma che ci avete versato”…
“Ci vede!”
“Ecco la vernice rossa sul petto!”…
“Non correte,” disse Lesperance. “Giratevi. Rifugiatevi nella Macchina.”…
“Non da quella parte!”
Il Mostro, al primo movimento, si lanciò in avanti con un grido terribile. Coprì cento metri in quattro secondi. I fucili sussultarono e lampeggiarono fuoco. Una tempesta di vento uscita dalla bocca della belva li inabissò nel fetore del limo e del sangue vecchio. Il Mostro ruggì, i suoi denti scintillarono nel sole.
Eckels, senza guardarsi indietro, camminò ciecamente verso l’ orlo del Sentiero con il fucile inerte tra le braccia, scese dal Sentiero e camminò, senza saperlo, nella giungla. I suoi piedi affondavano nel muschio verde. Le sue gambe lo muovevano, e si sentiva solo, lontano dagli eventi dietro di lui.
I fucili crepitarono ancora…
Come un idolo di pietra, come una valanga montana, il Tyrannosaurus cadde…
Nella Macchina del Tempo, disteso a faccia in giù, Eckels tremava. Era ritornato al Sentiero, era salito nella Macchina…
4
La stanza era là, come l’ avevano lasciata. Ma non era la stessa che avevano lasciata. Lo stesso uomo sedeva dietro la scrivania. Ma non era esattamente lo stesso uomo seduto dietro la stessa scrivania…
Eckels stava immobile, fiutando l’ aria, e c’ era qualcosa nell’ aria, una contaminazione chimica così sottile, così lieve, che soltanto un debole grido dei suoi sensi subliminali l’ avvertiva di quella presenza..
Ma la realtà immediata era la scritta dipinta sulla parete dell’ ufficio, la stessa scritta che aveva letto quel giorno, appena entrato.
In qualche modo, la scritta era cambiata.
SEFARI NEL TEMPO S.P.A.
SEFARI EN QUELSIESI ANNO NIL PASSATO.
VUI SCIGLITE L’ ANNIMALE.
NUI VE CONDICIAMO SIL POSTO.
VUI LU UCCEDITE.
Eckels si sentì crollare su una sedia. Rovistò pazzamente nel limo spesso sui suoi stivali. Sollevò un grumo di terriccio, tremando.
“No, non può essere. Non una cosa piccola come questa. No.”
Semisepolta nel fango, scintillante verde e oro e nera, c’ era una farfalla, bellissima e morta…

Il suo viso era freddo. La sua bocca tremò nel chiedere:
“Chi… chi ha vinto le elezioni presidenziali, ieri?”
L’ uomo dietro la scrivania rise.
“State scherzando? Lo sapete maledettamente bene. Deutsher, naturalmente! Chi altri? Non quel dannato codardo di Keith. Abbiamo un uomo di ferro, adesso, un uomo di fegato, per Dio!”…
Eckels gemette. Cadde in ginocchio. Cercò di raccogliere la farfalla dorata con le dita tremanti.
“Non possiamo” supplicò, rivolto al mondo, a se stesso, ai funzionari, alla Macchina “non possiamo riportarla indietro, non possiamo farla ritornare viva? Non possiamo ricominciare? Non possiamo…”
Non si mosse. Con gli occhi chiusi, attese, rabbrividendo. Udì Travis respirare pesantemente nella stanza; udì Travis muovere il fucile, togliere la sicura, e alzare l’ arma.
Vi fu un rumore di tuono.

Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo

•17 gennaio 2016 • Lascia un commento

Di Renato Farina
Tratto da Tempi.it
http://www.tempi.it/parlare-al-sangue-che-bolle-un-don-giussani-maestoso-e-tremendo#.VptImb7SLZt

La Terra in fiamme tra fondamentalismo islamico e nichilismo occidentale. Il disorientamento degli uomini. Il conformismo ecclesiastico. E l’urgenza di riconoscere, affermare e comunicare l’Essere. Intervista del 2002 al fondatore di Cl

Questa intervista ha una maestà imperiosa. Dolcissima e tremenda. Di solito in qualsiasi lavoro giornalistico resta l’impronta, la mediazione più o meno letteraria e narcisistica di chi firma il colloquio. Mi è capitato di rileggerla per caso, ma il caso non esiste, è un altro nome della grazia, e giuro non è uscita da me, proprio non mi appartiene. Ma ritengo che questa intervista sia oggi il ritorno della stella. Come la cometa dopo un’orbita che l’aveva tolta dalla vista, essa è una luce benedetta. E chi non vede è cieco. Mi resta in mente la voce di don Giussani, quando disse «ribollire il sangue!». Ribolliva il suo sangue.

Per un po’ di memoria. Questa intervista non era programmata, niente registratore, appunti su un angolo di giornale. Ebbe tre momenti. Due-tre volte a Sanremo (mi aveva invitato dove risiedeva durante l’inverno, in una casetta a mezzacosta, e io seguivo da giornalista il festival di Sanremo) e poi a Gudo Gambaredo. Appunti sistemati con l’aiuto di Alberto Savorana che era presente, insieme a Gisella Corsico, a quegli incontri (li ringraziai nel libro che raccolse questa intervista, Un caffè in compagnia). Spedii dieci pagine a don Giussani, molto titubante, non volle toccare una parola. Sono ancora oggi colpito dalla forza estrema di un uomo sfinito, che vedeva il suo corpo disfarsi e il suo “io” sempre più una cosa sola con il Mistero e i suoi figli spirituali. Ricordo molto bene come don Giussani dopo il secondo colloquio dovette ritirarsi perché non riusciva più a parlare. Gisella venne da Alberto e da me e ci riferì qualcosa come: «Mi ha detto: “Ah, se avessi ancora le forze, come vorrei aiutarli giorno per giorno”». (Renato Farina)

La campagna, nel quieto borgo nella Bassa milanese, è bagnata e fumante di pioggia al sole del mezzodì. Ha parlato tutto il tempo dell’Essere, del Mistero, monsignor Luigi Giussani quest’oggi. «L’Essere esistente qui e ora, l’Essere-Carità». Ma non l’Essere dei filosofi: anche quello, senz’altro. Bensì l’Essere che sono le nostre facce. Un Mistero familiare. Don Gius (lo si chiama familiarmente così) gli ha dato un nome che non mi aspettavo. Non ha detto anzitutto Cristo, ma «Madonna», «la Madonna». Poi la frase profetica, detta con assoluta certezza: «Io credo che, se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei possano essere una sola cosa nel giro di 60-70 anni».
S’è smagrito, don Giussani, gli è impossibile la distrazione dall’essenziale, il suo parlare è un martellare sul pianoforte delle dita di Chopin: l’uomo, Dio, la libertà, l’amore, la bellezza. E i nomi delle persone. Basta così. Ha la certezza che ciascuno di noi abbia un compito – «anche tu che non credi a niente, amico!», lui ti direbbe – discreto ed essenziale: senza il nostro lavoro, le mani dell’Essere avrebbero meno presa sulle cose. «Non avverti che il tuo io si disfa quando non mendica l’Essere?», mi dice. «L’Essere ci vuole coinvolgere, prende tra le mani il nostro marasma, come la madre ascolta la voce del bambino e ci comunica se stesso». Senza questo, detto da un vecchio dagli occhi verdi come acque lucenti, vivere sarebbe molto meno che vivere. Ripete: «Senza Cristo le cose si sfarinerebbero, l’io sarebbe sperduto. Invece…». Il vino buono, il pane fragrante e gustato lentamente («Dopo la poesia e la musica, il gusto per la bellezza si esercita negli uomini sul cibo e sul vino», dice inaspettatamente). Provo qui a trascrivere gli appunti un po’ malfermi di un incontro personale che non aveva intenzione di essere un’intervista. Mi si scuserà il rincorrersi di maiuscole e di minuscole: non ci capisco nulla, ma anche con la “e” minuscola, l’essere è tutto, tu che leggi sei tutto. Torna spesso la parola carità. Se come il fumo dell’incenso rischia di indisporre qualcuno, pensi che somiglia all’amore, ne è il nome cristiano.
Don Luigi Giussani, quasi 80 anni, è la personalità religiosa italiana più nota al mondo, ben al di là dei confini di Comunione e Liberazione che ha fondato nel 1954. I suoi libri hanno avuto un successo strepitoso negli Stati Uniti d’America dove ormai Cl è diffusa in ogni città. È in pieno svolgimento il Meeting di Rimini dedicato a “Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza”.

Che cosa sta studiando e pensando, don Giussani?
Mi sto rendendo conto ogni giorno più vivamente che l’Essere è Mistero, mistero esistente. L’essere esistente! La situazione tragica dell’uomo è che non lo riconosce.
Ci accorgiamo di esistere. Ed è già tanto.
Se l’essere è Mistero non può essere riconosciuto se non è amato. Amato! L’amore che cos’è? Distaccarsi completamente da sé per entrare in un tu. Così esci da te stesso e ti lasci afferrare in un vortice da cui si incomincia a capire l’Essere. L’Essere-Mistero non potrebbe essere individuabile, non lo si potrebbe sorprendere e aderirvi se non si svelasse come Carità.
Mistero, come del resto la parola amore, sono diventate parole che si trovano sui giornali dei parrucchieri: poltiglie senza sapore ormai.
Lo so bene. Ma resta un istinto non ancora distrutto nelle persone per cui le parole riprendono spessore. Occorre per comunicare quello che ho detto un atteggiamento dell’animo che sorprenda tutti, la cui responsabilità riconduca di nuovo al vero punto dove tutto inizia.
Insomma, se ho letto bene nei suoi libri, l’esperienza: senza esperienza non si conosce e non si comunica.
E l’esperienza è esperienza dell’amore o non è. Del resto, l’Essere è Carità. Il Mistero che ci fa esistere, che ci circonda, che suscita le nostre domande e i nostri desideri, e che si propone da ogni parte, è Carità. Dio si sopporta per questo…
Molti peraltro non lo sopportano.
Non intendevo questo. Volevo proprio dire che Dio sopporta se stesso perché è Carità. Per questo l’Essere accetta se stesso, perché è Carità. Non porta dentro di sé la morte e la contesa: è Carità con se stesso e fuori di sé, verso tutto e tutti. Essendo Amore si accetta e si propone.
Mi permetta: questo è incredibile. Tutto il mondo è in fiamme. Lei lo sa, ha in mano il giornale, e dice: il Mistero ci circonda ed è Carità, che è poi il nome della Bibbia all’Amore (o mi sbaglio?).
Proprio così. E questo Mistero agli uomini tocca riconoscerlo e imitarlo. Questo è il punto drammatico del nostro tempo. Ed è quello che i talebani – i fondamentalisti islamici – non capiranno mai: l’identificazione tra la percezione dell’Essere e l’Amore. Questa è la diversità, ed è la grande partita che può decidere in un modo o nell’altro dell’avvenire. Mi commuovo sapendo che in Kazakistan, a pochi chilometri dalla guerra in Afghanistan, ci sono presenze cristiane di miei amici che riconoscono questo Mistero-Carità. C’è attesa di questo più tra i poveri, a qualsiasi confessione aderiscano per tradizione o per scelta, che tra coloro che si sentono di aver compreso e misurato definitivamente il Mistero, siano cattolici o no.
Lei è duro con i capi della cristianità.
Il Papa è commovente nella netta percezione della tragedia odierna e nell’animo trepidante e indomito con cui indica il compito. Mi colpisce l’assoluta purità della sua presenza nel mondo. Basti averlo visto a Toronto, o in Messico, dinanzi alla Madonna di Guadalupe. La mia gioia è stata potergli comunicare, il giorno stesso della festa mondiale della gioventù, che 108 giovani di 22 nazioni si erano quel giorno promessi a Cristo nella verginità tra i Memores Domini (associazione di diritto pontificio nata da Cl e presieduta da don Giussani, ndr). Ma chi lo ascolta? Non l’ascoltano… Persino tra i vescovi e i preti. Gli stessi capi comunità non capiscono bene queste cose, nel senso di spezzare il loro conformismo così da aprire varchi verso il futuro: non attendono la pienezza. Non c’è attesa. Questo vale in Cl e fuori, nella Chiesa e fuori. La questione è semplice: ciò che c’è, il mistero che c’è, la realtà dell’Essere, si accetta solo in forza di un’esperienza in cui uno è diventato oggetto di Dio. Sei coinvolto in un vortice che accade ora, e che ha una storia, ma la storia riprende sempre hic et nunc, altrimenti non è storia, e non c’è storia. E da questo nasce una civiltà. Altrimenti si è spazzati via.
Invece questo hic et nunc, il qui ed ora, non è avvertito?
Si tramanda un discorso corretto e pulito, alcune regole su come essere cristiani e uomini. Ma senza amore, senza il riconoscimento del Mistero vivificante, il singolo si spegne e muore. La nostra speranza, la salvezza di Cristo non può essere qualcosa che abbiamo letto e sappiamo ripetere bene. Un discorso più o meno edificante o moralistico, ecco, a questo viene ridotto spesso l’annuncio. Bisognerebbe ribollire… Invece il mondo lo si lascia naufragare senza pastore… Non si comprende questo: ciò che risulta utile davvero è quanto investe il popolo e per cui il popolo è esaltato. Cioè l’unità come visibile segno di questo Mistero-Carità. Questo Mistero ha investito ed investe hic et nunc (qui, ora!) un popolo che talvolta non ha neanche più i suoi capi che se ne accorgono… Altrimenti essi accorrerebbero irruenti a mostrare e dimostrare la salvezza di Cristo.
Non è solo dunque incapacità di comunicare?
Non c’è più la fede che diventa principio interpretativo delle cose. E anche fuori dalla comunità cristiana, non si percepisce più l’essenza del cammino religioso umano. Siamo all’assurdo che è autorizzato a parlare di Israele solo chi dia per scontato che questo popolo che resta eletto non possa più radunarsi con i cristiani. Ma è il popolo dell’attesa… Gli ebrei più avvertiti lo sanno: mi è giunto un messaggio dal rabbino di New York che definisce Comunione e Liberazione “il resto d’Israele”. Io credo che, se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei possano essere una sola cosa nel giro di 60-70 anni.
Questa è una cosa inaudita.
Proprio questo è il problema: è come se non si aspettasse più nulla. E qui intravedo il compito dei cristiani. Bisogna che percepiscano questo Mistero-Carità. Vorrei fossero consolati e animati dalla partecipazione della presenza del Papa nella storia di oggi: bisognerebbe semplicemente obbedire e ribollire, essere travolti da un vortice, invece… Non si è ancora comunicata l’esaltazione del singolo, la vittoria del Mistero, la gloria di Cristo di fronte a quello che accade. Ma questo avviene se c’è questa esperienza. Per questo voglio ricondurre tutti a questo riconoscimento: l’Essere è Mistero. Come si fa ad affermarlo? Poiché si riconosce che c’è! C’è! Il Mistero c’è. Come si fa a dire così? Si può imitare il Mistero, ecco. Imitare l’Amore nel governo di Sé, nella Sua dedizione. Trovare il modo di dirlo, far sì che queste cose per noi siano lo sconvolgimento e la pace del nostro io. Il punto in cui il Mistero si ricompone è la voce del bambino, il rapporto con la mamma, il rapporto con il Mistero che ci si comunica.
Dice una cosa sola…
Torno sempre lì, e a te pare che ripeta sempre la stessa cosa: ma è la realtà, è tutto. È drammatica la situazione dell’uomo di fronte all’Essere. Si accetta solo ciò di cui si è fatta esperienza. Ma se non è vissuta come esperienza d’amore si finisce per ancorarsi a una visione tragica, a comunicare la croce senza che questo sia vivificante. Si finisce per comunicare Cristo e ciò che da lui deriva con un discorso pulito, ma non santificante, perché senza un amore, senza essere presi da quel vortice che è il Mistero-Carità si è alla fine sterili. Senza Cristo non c’è nulla di sicuro, saremmo nell’insicurezza assoluta. Invece con Lui il singolo è esaltato. Per questo voglio ricondurre tutto a questo: l’Essere è Mistero. Il Mistero c’è. Da parte nostra si può solo imitare il Mistero. Parlo dell’Essere come affermazione di una positività, della positività della vita: è carità.
Diceva il catechismo di fare le opere della carità.
Ma uno non si salva da solo, per i propositi che fa, perché è un Altro che salva lui e il mondo attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fuoriesce dal flusso dell’Essere!
Ci si dimentica però, ci si appoggia alla morale, e si tradisce pure quella.
Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole. La capacità degli uomini di ingannarsi e di farsi ingannare è grande. È la fallacia dell’apparenza. E i cristiani spesso vi si crogiolano, essi si illudono di essere buoni perché hanno capito una volta e fanno riferimento come se si salvassero con il discorso e la coerenza. Preferisco molti che cristiani non sono, perché sono consapevoli del male e della loro incapacità di seguire il bene che pure presentono. Per questo prediligo certi temperamenti che si agitano nel mondo e aspettano una pace che non viene, piuttosto che quei cattolici che si costruiscono un sistema per riposare nella loro supposta fede e supposta carità. In loro Cristo viene mummificato, ed in più credono di conoscerlo.
E intanto il mondo è in fiamme.
Una di queste mattine, guardando i giornali, pensavo a Bush di fronte a quei suoi ragazzi mandati in Afghanistan. Chissà come si sarà sentito alla notizia che ogni tanto gli giunge di caduti. Avrà pensato forse: «È colpa mia se sono morti, sono io che guido l’esercito. Ma devo agire così contro i talebani per salvare la nazione». Vorrei dirgli: non la salvi tu la nazione. La salva Colui, quella Realtà, quell’Essere, quel livello dell’Essere a cui tu, Bush, dici: ti riconosco e faccio quello che posso per salvare la nazione, così che questo Mistero-Carità possa essere riconosciuto. Questa è la differenza tra Bush, in quanto riconosce la sua appartenenza a una storia cristiana, e i talebani.
Don Gius, ha ottant’anni a ottobre, la salute non sempre l’ha sostenuta. Dev’essere una roba grossa quel mistero se dà il sorriso ai vecchi nella dissipazione del cristianesimo.
Dico quel che vedo, sono entusiasta di quel che sono. Dio ha fatto l’uomo, Cristo ha fatto l’uomo e la Chiesa come sviluppo di questo. Allora c’è da vivere come Cristo e da vivere la gioia pasquale. Dobbiamo ringraziare lo Spirito per quello che ci ha fatto conoscere: Cristo e la Sua storia, e per averci chiamato a vivere tutti gli aspetti della storia come parte della Sua storia.
Ma è difficile tutto questo…
C’è un modo di far diventare semplici queste cose: dire quello che si vede. Dio fatto uomo, Cristo, e la Chiesa sviluppo di questo. C’è un istinto che non è ancora distrutto negli uomini, c’è ancora la ragione, essa permette di non ritenere il male come ineluttabile, come se la storia fosse per forza destinata a veder prevalere la visione dei talebani o dei fondamentalisti. Non sono inesorabili le loro vittorie, perché con la ragione si può individuare che quel che affermano non è il Mistero, e non corrisponde all’attesa dell’uomo. C’è ancora questo istinto e non è stato distrutto. L’essere come caritas! Se ne hai fatto esperienza anche per un istante, da quel momento non puoi più trascurare questo punto di vista. Purché ci sia chi te lo rammenta con la sua compagnia.
Quale metodo pubblico per una ripresa della presa cristiana sulle cose? Ora c’è il Meeting, ad esempio…
La preoccupazione più grande per noi dev’essere questa: che con semplicità di parole l’esperienza del Mistero torni tra la folla, tra la gente-gente. Essere nel groviglio umano l’unico punto di intelligenza. Essere lì come chi dica a ciascuno, qualunque cosa stia facendo o dicendo o scrivendo: «Tu cosa c’entri con questo?». Occorre uno slancio generativo in cui convogliare amici e nemici, chiamarli ad incontri, persino riunioni dove però al centro non ci sia l’incontro o la riunione, ma l’uomo, armati di una consapevolezza di che cosa grande e unica sia il Mistero. Dio come Mistero di carità, è l’unica lettera che vorrei scrivere, a quelli di Cl, a tutti.
Qual è il sintomo della mancanza dell’esperienza cristiana?
La fede non opera più il salto culturale, non dice niente al sangue che bolle. Siamo gli unici – noi cristiani – che possiamo investire culturalmente nella folla, non parlo delle élites, ma proprio nella folla spersa, quella che accende la televisione, quella che va a scuola e trova professoresse cui non importa niente degli allievi. Qualcosa deve riaccadere, altrimenti… Nei dodici anni di seminario non si parlava che di questo, la fede che investe tutto: Carducci, Leopardi e Pascoli. Se uno ha fatto anche solo un poco esperienza del mistero di Cristo, la crescita personale sarà un processo nella carità, per cui non può non entusiasmarsi di Leopardi, di Dante, di Pascoli, di qualsiasi espressione dove ci sia l’uomo: perché non si può adorare una presenza – Dio! – senza che si soffra per un’assenza, che tu vuoi colmare, hai la febbre per questo.
(Mi rivela che passa buona parte del tempo a “leggere il breviario”). Che cosa ritrova nel breviario di questi tempi?
C’è un’esaltazione della Madonna, è la carnalità del cristianesimo. Essa esprime pienamente la pedagogia di Cristo nel rivelarsi. Si oppone anche oggi alla negazione di tutto, a quel nichilismo che caratterizza il mondo post-liberale, così indifeso dinanzi all’avanzata islamica. La Madonna è il Mistero.
Mistero, usa proprio tanto questa parola ed essa oggi è tradotta in immagini tenebrose e vagamente esoteriche.
Il Mistero non è la tenebra, ma ciò che ci è dato sperimentare dell’Essere. La Madonna toglie qualsiasi equivoco, nella sua semplicità e carnalità. Come fa il Mistero a rivelarsi come Mistero? La Madonna! Ella è il punto culminante della dialettica religiosa e filosofica. Se il Destino considera se stesso come Mistero, l’aspetto umano che ci fa dire che è misterioso diventa coscienza della Madonna. Perché il primo rilievo possibile all’uomo nel Mistero, il primo rilievo fisico e spirituale del fatto del Mistero è la Madonna. La caratteristica del Mistero è che è comprensibile tra i poveri ignoranti. Così l’opera dello Spirito, Creatore dell’universo, è la Madonna. Non lo dico per devozionalismo, ma perché è oggettivamente così. Lo Spirito si rende sperimentabile come Carità nella Madonna. Vorrei fare un articolo sulla Madonna, qualunque cosa che Ella tocca diventa umana e insieme la colloca nel Mistero. Che la Madonna sia il primo segno di questa Presenza di Dio dà scandalo. Ma soltanto chi capisce questo può interessarsi davvero del divino. Scoprire come nella Beata Vergine si sia incarnato Dio, fa sì che tutto diventi parte di questa scoperta: la prima pagina del giornale, il numero dei capelli di chi ami.
Le persone che passano per più intelligenti, proprio qui trovano uno scoglio e non capiscono. Dicono: residuo pagano. In buona fede non accettano.
Invece lo capiscono le loro madri! Ma loro si rifiutano di accettare la pienezza di quel che scrisse Dante, «Vergine madre, figlia del tuo figlio». C’è la libertà, capisci? E questo mi fa scoppiare di contentezza. Non mi spaventa il mio limite, è la dimostrazione più fantastica dell’esistenza di Dio, che si palesa in negativo, come mia mancanza.
Cosa c’entra il Mistero-Carità con la crudeltà della Natura? Per molti è obiezione drammatica e getta un’ombra su Dio…
Quando tua madre ti ha preso in braccio, ha detto il tuo nome, lì si palesa il Mistero. Come puoi essere tu a dargli la misura, a giudicarlo? Era la scelta che si pose per Abramo dinanzi a Isacco. Dentro il Mistero anche l’acciuga mangiata dal tonno trova la sua redenzione. Chi ha sperimentato l’abbraccio di Cristo lo sa. Chi no, non chiuda la porta, chieda che Dio riveli il suo volto.
È ora di andare. Mi guarda e mi dice: «A voi giornalisti chiedo la consapevolezza di essere alla radice della conversione del mondo. Provate ad essere i portentosi provocatori della vita comune degli uomini». Ha tra le mani un’immagine di Raffaello, vi si raffigura un san Paolo pensoso: «Se non si entra al livello di Raffaello, se non si scorgono i volti come Raffaello, non c’è esperienza del Mistero. Ringraziamo lo Spirito, cioè la Sorgente dell’essere per ciò che ci ha fatto conoscere, cioè Cristo e la sua storia, e di vivere gli aspetti anche minuti della nostra storia come parte della Storia». Fischietta “La donna è mobile”. Fuori c’è un bellissimo sole, le chiome dei tigli sono tese dal vento, “il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza”, non è vero?

@RenatoFarina

Senza paura davanti allo specchio L’integrità nasce dal rispetto delle proprie idee ed ideali

•31 marzo 2015 • Lascia un commento

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Al giorno d’oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.(Oscar Wilde)
Definizione terribile che racchiude in poche semplici parole la meta verso cui alcuni vorrebbero portare la nostra società.  Oggi più che al tempo di Wilde è più semplice dare un prezzo ad ogni oggetto, o volendo, anche ad ogni individuo; qualcuno potrebbe storcere il naso per questa mia affermazione, ma è così che abitualmente siamo abituati. Non mi riferisco ad un prezzo puramente economico… parafrasando “ti farò un offerta che non potrai rifiutare”. Sin qui ho parlato di prezzo, e questo non è casuale, ma quello che si attribuisce con fatica è il valore. Per alcuni questi due termini sono sinonimi.  …nella Polinesia di Gaugin l’innocenza e l’integrità morale rappresentano il sogno di una terra utopica… Cosa significa attribuire un valore a qualcosa o qualcuno? Per alcuni di noi – penso che la mia generazione sia l’ultima che è stata educata in tale senso – è una cosa automatica o quasi: il valore è semplicemente una parte irrinunciabile di qualcuno (o anche qualcosa) che contribuisce ad attribuire un significato. Il valore di una persona è il fulcro del suo essere, il punto di congiunzione tra quello che ci è stato insegnato e quello che siamo e che diventiamo, è il nutrimento principe della sua anima: la sua essenza più intima e vera.  Per questa ragione dare valore alla persona significa esaltarla nella sua totalità, apprezzare la sua più profonda essenza. Perché troviamo tanto semplice attribuire un prezzo a qualcosa ma non riusciamo a vedere il valore di ciò che ci circonda? Quando il valore ha perduto la sua importanza? dividuo è’ la coerenza sia di pensiero che di operato. Io ho sempre avuto grande rispetto per chi ha combattuto strenuamente per le sue idee e per i suoi valori, al di là del fatto che io sia stata d’accordo o meno con il loro pensiero, ho sempre apprezzato la forza e la determinazione con cui queste persone hanno difeso I loro ideali. Da qualche anno a questa parte sto’ assistendo, mio malgrado, ad una degenerazione generale di valori. Provo un senso di ribrezzo nel vedere delle persone prima combattere strenuamente delle battaglie, mettersi in gioco in toto per una causa, o sotto una bandiera… e poi… vederli il giorno dopo fare lo stesso per qualcosa di opposto. Sarebbe troppo facile e riduttivo associare questa pratica solo agli attuali quarantenni o cinquantenni, o riferirla ad un solo settore della É arrivato un momento in cui la società ha smesso di considerare i suoi pilastri come tali ed ha assestato il colpo di grazia ad un sistema già in profonda crisi. La rincorsa alla “modernità” mondana ha portato a sostituire delle certezze con l’effimero. Questo ritengo che sia il punto di svolta in negativo e da qui la parabola discendente ha tratto origine. società. Sarebbe troppo semplicistico dire, mah ha fatto bene, è’ stata una grande occasione sarebbe stato un peccato rinunciare ad un’offerta così ghiotta… ma così facendo si dà un prezzo all’integrità si dà un prezzo ai valori; chi di noi non ha mai pensato che non schierarsi sarebbe stata la scelta più facile, che non manifestando il proprio dissenso verso qualcuno si poteva evitare la bufera… ma così facendo l’unico risultato che si può ottenere è dare credito alla disfatta. Io rispetto coloro che dicono quello che pensano e che fanno quello che dicono, sempre e comunque, assumendosi le conseguenze delle loro azioni e delle loro scelte… chi sceglie e non torna sui suoi passi… chi ha delle idee, crede in un ideale e non lo rinnega per un mero tornaconto. Avere uno specchio e riuscire a specchiarsi ogni mattina, ogni giorno della vita, guardare un amico negli occhi senza aver paura che lui possa leggere la disonestà e il tradimento nei miei occhi. Per cultura ed educazione personali ho sempre ritenuto che il valore fondamentale di un inpagina La nostra integrità è l’unica cosa che nessuno può portarci via, a meno che non ci vendiamo noi al primo offerente

Articolo pubblicato sul numero 82 della rivista Excalibur

Il silenzio assordante

•15 marzo 2015 • Lascia un commento

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“L’amnesia dell’eterno è il male del nostro secolo” (Charles Péguy).  Chi mi conosce sa che la memoria non è una delle mie doti; tante o forse troppe volte mi ritrovo in situazioni in cui scordo qualcosa o, e questo è un pubblico mea culpa, qualcuno. Delle volte mi ritrovo a riflettere sul perché mi accade questo, e tra un test rapido per l’Alzheimer e un esercizio per aumentare la memoria (quelli che dovresti fare con assiduità ma che poi alla fine ho fatto sì e no una decina di volte, per altro lamentandomi degli scarsi risultati) mi viene dal riflettere su cosa non ricordo.  Non sono la tipica ragazza/donna rancorosa che tende a rinfacciare tutti gli avvenimenti accaduti con qualcuno, a me…parole mute di chi ha patito inimmaginabili sofferenze… no che non abbia preparato una lista, e questo forse non aiuta la mia memoria. Ma ci sono alcune cose che non scordo, e quegli attimi sono quelli legati ai sentimenti più forti: amore, odio, tristezza e felicità. La domanda è, ci sono fatti o avvenimenti che non possiamo permetterci di dimenticare?  Questi avvenimenti gioiosi o tragici sono parte della Storia umana e proprio perché tali devono essere ricordati; i momenti gioiosi in quanto traguardi Ma quello che è ancora più importante è Ricordare.  Oggi 10 Febbraio 2015 scrivo queste parole, mi scuso se il mio scrivere è influenzato dall’emozione più che dall’analisi puntuale dei dati, ma dentro di me il turbinio di pensieri e di emozioni della giornata appena trascorsa mi porteranno a scostarmi da ciò che è un elenco di fatti e dati…, delle voci silenziose gridano le loro sofferenze e non posso non ascoltarle, un silenzio assordante mi pervade la mente.  Sono le parole mute di coloro che hanno patito inimmaginabili sofferenze che, per troppo tempo, sono rimaste inascoltate ci aiutano a ricordare che qualcuno prima di noi, seguendo un sogno o una folle idea, ha raggiunto l’infinitamente grande (Bisogna avere ancora Caos dentro di sé per partorire una stella danzante Friedrich Nietzsche) e quelli negativi in quanto sono dei moniti per ricordare quanto infinitamente in basso può cadere l’uomo. L’uomo è forse l’animale più crudele poiché è capace di architettare e mettere in pratica la crudeltà per il solo piacere di farlo.  Proprio per questo è importante studiare e comprendere questi atti per capire quali sono le ragioni, per quanto in taluni casi possano apparire folli o irrazionali, che hanno portato questi uomini e donne ad agire contro i loro simili. e che qualcuno continua ad ignorare, anche oggi. Sono uomini, donne e perfino bambini uccisi in un modo barbaro e disumano, quasi meccanico senza un motivo. Sono Italiani che da vivi sono precipitati negli inferi della terra, le mani legate… quando guardo le immagini delle Foibe cerco di immedesimarmi nelle persone che in piedi davanti al baratro assaporavano l’ultimo raggio di sole o l’ultimo sguardo alla volta celeste… e penso all’ultimo respiro di quell’aria vitale prima del tremendo salto.  Questa è l’immagine che mi viene in mente, mi immagino in quell’istante sotto la minaccia delle armi di un nemico che non è mio nemico, anche se indossa una divisa diversa dalla mia, e mi immagino il salto nel vuoto dopo aver udito un sordo colpo d’arma da fuoco… precipito nel vuoto le mani legate, vincolata ad altri che cadono con me verso l’inferno… in quell’ infinito istante il pensiero che mi viene è la speranza che la caduta ponga fine alla mia esistenza, perché comprendo che questa sarebbe la fine più pietosa… nella caduta sbatto tremendamente nelle carsiche asperità ferendomi ancora di più ma sono ancora viva, la caduta sembra infinita la luce scompare sempre più e io non posso aggrapparmi a niente, provo a liberare le mani ma è inutile…  cado… sbatto… precipito ancora e non solo sola… sento le mie grida e quelle degli altri miei compagni… e ad un certo punto raggiungo il fondo della foiba. Mi aspettavo un terreno più duro e poi mi rendo conto che ci sono altri me… altri noi… ma non ho la forza di aprire gli occhi, ho paura di farlo perché non voglio guardare il prodotto dell’odio incondizionato verso un popolo La dislocazione delle foibe che non è nemico del suo carnefice, non ho che la forza di pregare che la mia fine sia vicina e che questa inutile e bestiale sofferenza sia finita… ma ecco sento altre grida dall’ingresso della foiba, si avvicinano… e ripenso alla mia caduta… e d’improvviso eccoli sopra di me… sento che non mi muovo e che non respiro quasi più… eravamo gli ultimi… quando sto per esalare l’ultimo respiro sento un boato… volta le vittime. Le loro silenziose grida ci impongono di ascoltarle e di parlare di loro anche solo per far si che la loro morte sia un monito per il futuro. Chiudo riportando un passaggio del Presidente della Repubblica On. Sergio Mattarella: “per troppo tempo le sofferenze patite dagli istriani giulianodalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata del libro ecco la nostra tomba è stata chiusa… ora noi siamo nell’oblio. L’amnesia dell’eterno non deve esistere su questi fatti, non deve esistere per noi che siamo Italiani, non deve esistere perché noi siamo loro.  Concedere a qualcuno la possibilità di scordare, o di non voler ricordare uccide ancora una della nostra storia”  Memori di questi fatti lavoriamo per far sì che nessuno debba più patire queste ingiuste e inutili barbarie e che nessun “Toscana” prenda il largo carico di persone costrette ad abbandonare tutto, salutando la loro terra per l’ultima volta con un cimelio marmoreo in tasca, consapevoli del fatto che quello è l’ultimo sguardo sulla loro terra natale, che da quell’istante esisterà solo nei loro cuori.

Pubblicato su Excalibur
Annk XVII n.5

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

•31 dicembre 2014 • Lascia un commento

A differenza di alcuni io ho ascoltato il messaggio del Presidente della Repubblica…riporto il testo…

“Il messaggio augurale di fine d’anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po’ diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica”. Così il Capo dello Stato nel tradizionale messaggio di fine anno agli italiani.
“Funzioni che sto per lasciare, – ha continuato il Presidente Napolitano – rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede espressamente”.
E desidero dirvi subito che a ciò mi spinge l’avere negli ultimi tempi toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali, complessi e altamente impegnativi, nonché del ruolo di rappresentanza internazionale, affidati dai Padri Costituenti al Capo dello Stato.
A quanti auspicano – anche per fiducia e affetto nei miei confronti – che continui nel mio impegno, come largamente richiestomi nell’aprile 2013, dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze. Ritengo di non poter oltre ricoprire la carica cui fui chiamato, per la prima volta nel maggio del 2006, dal Parlamento in seduta comune. Secondo l’opinione largamente prevalente tra gli studiosi, si tratta di una valutazione e di una decisione per loro natura personali, costituzionalmente rimesse al solo Presidente, e tali da non condizionare in alcun modo governo e Parlamento nelle scelte che hanno dinanzi né subendone alcun condizionamento.
Penso che questi semplici chiarimenti possano costituire una buona premessa perché Parlamento e forze politiche si preparino serenamente alla prova dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Sarà quella una prova di maturità e responsabilità nell’interesse del paese, anche in quanto è destinata a chiudere la parentesi di un’eccezionalità costituzionale.
Personalmente resto convinto che la disponibilità richiestami e offerta nell’aprile 2013, in un momento di grave sbandamento e difficoltà post-elettorale, sia risultata un passaggio determinante per dare un governo all’Italia, rendere possibile l’avvio della nuova legislatura e favorire un confronto più costruttivo tra opposti schieramenti politici. Ma è positivo che ora si torni, per un aspetto così rilevante, alla normalità costituzionale, ovvero alla regolarità dei tempi di vita delle istituzioni, compresa la Presidenza della Repubblica.
L’aver tenuto in piedi la legislatura apertasi con le elezioni di quasi due anni fa, è stato di per sé un risultato importante : si sono superati momenti di acuta tensione, imprevisti, alti e bassi nelle vicende di maggioranza e di governo ; si è in sostanza evitato di confermare quell’immagine di un’Italia instabile che tanto ci penalizza, e si è messo in moto, nonostante la rottura del febbraio scorso, l’annunciato, indispensabile processo di cambiamento.
Un anno fa, nel messaggio del 31 dicembre, avevo detto : “Spero di poter vedere nel 2014 almeno iniziata un’incisiva riforma delle istituzioni repubblicane”. Ebbene, è innegabile che quell’auspicio si sia realizzato. E il percorso va, senza battute d’arresto, portato a piena conclusione. Non occorre che io ripeta – l’ho fatto ancora di recente in altra pubblica occasione – le ragioni dell’importanza della riforma del Parlamento, e innanzitutto del superamento del bicameralismo paritario, nonché della revisione del rapporto tra Stato e Regioni.
Ma sul necessario più vasto programma di riforme – istituzionali e socio-economiche – messo in cantiere dal governo, sulle difficoltà politiche che ne insidiano l’attuazione, sulle possibilità di dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo – anche, s’intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale – non torno ora avendovi già dedicato largamente il mio intervento, due settimane fa, all’incontro di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile. Vorrei piuttosto ragionare con voi su come stiamo vivendo questo momento in quanto generalità dei cittadini, uniti dall’essere italiani.
Credo sia diffuso e dominante l’assillo per le condizioni della nostra economia, per l’arretramento dell’attività produttiva e dei consumi, per il calo del reddito nazionale e del reddito delle famiglie, per l’emergere di gravi fenomeni di degrado ambientale, e soprattutto – questione chiave – per il dilagare della disoccupazione giovanile e per la perdita di posti di lavoro. Dalla crisi mondiale in cui siamo precipitati almeno dal 2009, nemmeno nell’anno che oggi si chiude siamo riusciti a risollevarci. Parlo dell’Europa e in particolare dell’Italia.
Gli Stati Uniti, da cui partì – anche per errate scelte politiche – la crisi finanziaria, conoscono un’impennata della ripresa già avviata e guardano all’Europa per uno sforzo corrispondente, benché in condizioni assai diverse. In effetti, l’Italia ha colto l’opportunità del semestre di presidenza del Consiglio per sollecitare un cambiamento nelle politiche dell’Unione che accordi la priorità a un rilancio solidale delle nostre economie. Tra breve il Presidente del Consiglio Renzi tirerà le somme dell’azione critica e propositiva svolta a Bruxelles. Nulla di più velleitario e pericoloso può invece esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell’Euro e di ogni comune politica anti-crisi.
Tutti gli interventi pubblici messi in atto in Italia negli ultimi anni stentano a produrre effetti decisivi, che allevino il peso delle ristrettezze e delle nuove povertà per un così gran numero di famiglie e si traducano in prospettive di occupazione per masse di giovani tenuti fuori o ai margini del mercato del lavoro.
Guardando ai tratti più negativi di questo quadro, e vedendo come esso si leghi a debolezze e distorsioni antiche della nostra struttura economico-sociale e del nostro Stato, si può essere presi da un senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegio.
Non può, non deve essere questo l’atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale. Occorre ritrovare le fonti della coesione, della forza, della volontà collettiva che ci hanno permesso di superare le prove più dure in vista della formazione del nostro Stato nazionale unitario e poi del superamento delle sue crisi più acute e drammatiche. Il Centocinquantenario dell’Unità si è perciò potuto celebrare – non dimentichiamolo – con orgoglio e fiducia, pur nella coscienza critica dei tanti problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide con cui fare i conti.
Un recupero di ragionata fiducia in noi stessi, una lucida percezione del valore dell’unità nazionale, sono le condizioni essenziali per far rinascere la politica nella sua accezione più alta, per rendere vincente quell’impegno molteplice e di lunga lena che i cambiamenti necessari all’Italia chiaramente richiedono.
Ho fatto del mio meglio in questi lunghi e travagliati anni della mia Presidenza per rappresentare e rafforzare l’unità nazionale, per sanare le ferite che aveva subito, per ridarle l’evidenza che aveva perduto : se vi sia in qualche modo riuscito, toccherà dirlo a quanti vorranno con obbiettività e insieme con spirito critico analizzare il mio operato.
Di strada comunque ne abbiamo percorsa, nella direzione che indicai in Parlamento dopo aver giurato da Presidente il 15 maggio 2006 : “il reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto tra gli opposti schieramenti, il confrontarsi con dignità nelle assemblee elettive, l’individuare i temi di necessaria convergenza nell’interesse generale” non contrastano con la democrazia dell’alternanza, ma ne definiscono il più maturo e costruttivo modo di essere in sintonia con l’imperativo dell’unità nazionale. Si, in questa direzione, anche se tra alti e bassi, si sta andando avanti. Ed è il solo modo di garantire all’Italia stabilità politica e continuità istituzionale, e di affrontare su larghe basi unitarie le più gravi patologie di cui il nostro paese soffre.
A cominciare da quella della criminalità organizzata e dell’economia criminale ; e da quella di una corruzione capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto : gli inquirenti romani stanno appunto svelando una rete di rapporti tra “mondo di sotto” e “mondo di sopra”. Sì, dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società. E bisogna farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna. Solo riacquisendo intangibili valori morali la politica potrà riguadagnare e vedere riconosciuta la sua funzione decisiva.
Valori morali, valori di cultura e di solidarietà. Non lasciamo occupare lo spazio dell’attenzione pubblica solo a italiani indegni. Rendiamo omaggio a italiani esemplari. Come la brillante scienziata, Fabiola Gianotti, eletta all’unanimità direttore generale del Centro europeo per la Ricerca Nucleare a Ginevra. O come l’astronauta Samantha Cristoforetti che ci parla semplicemente, con modestia e professionalità, della ricerca scientifica in corso nello spazio.
Siamo orgogliosi di questi italiani campioni di cultura e di solidarietà. Come Fabrizio, il medico di Emergency accorso in Sierra Leone per curare i colpiti dal virus Ebola anche a costo di esserne contagiato e rischiare la vita. O come Serena Petriucciolo , ufficiale medico della Marina che sulla nave Etna ha aiutato – nella notte di Natale – una profuga nigeriana a dare alla luce la sua bimba. E che dire della perizia e generosità di cui gli italiani lanciatisi a soccorrere i passeggeri del traghetto in fiamme sulla rotta tra la Grecia e l’Italia hanno dato prova?
Ho voluto fare almeno questi pochi richiami al valore delle risorse umane di cui ci mostriamo dotati e di cui ci si dà atto internazionalmente ; potendo citare molti altri esempi individuali, che peraltro rinviano all’eccellenza dei nostri centri in cui i singoli si sono formati. Così come rinviano al magnifico impegno sia delle forze dello Stato sia del volontariato sui fronti di tutte le emergenze. Dalla constatazione delle qualità del nostro capitale umano può venire e diffondersi un’accresciuta consapevolezza della nostra identità e della nostra missione nazionale.
Una missione da esprimere anche in un atteggiamento più assertivo e in una funzione più attiva in seno alla comunità internazionale. Il canale principale per assolvere questa funzione è naturalmente dato dal concerto europeo, nel quale all’Italia è toccata la guida della politica estera e di sicurezza comune europea e la responsabilità operativa del Servizio esterno di azione europea. E il contesto internazionale in cui muoverci è critico e problematico come mai negli ultimi due decenni. Ne vengono per l’Italia e per l’Unione europea impegni di riflessione ed analisi, e soprattutto di proposta e di azione, non solo diplomatica, rispetto ai quali non ci si può tirare indietro. Il rischio di cadere in quell’indifferenza globale che Papa Francesco denuncia con tanto vigore è dietro l’angolo, anche da noi.
A quel rischio deve opporsi una sensibilità sempre più diffusa per le conquiste e i valori di pace e di civiltà oggi in così grave pericolo. La crescita economica, l’avanzamento sociale e civile, il benessere popolare che hanno caratterizzato e accompagnato l’integrazione europea, hanno avuto come premessa e base fondamentale lo stabilirsi di uno spirito di pace e di unità tra i nostri popoli. Ebbene, questo storico progresso è sotto attacco per l’emergere di inauditi fenomeni e disegni di destabilizzazione, di fanatismo e di imbarbarimento, fino alla selvaggia persecuzione dei cristiani. Dal disegno di uno o più Stati islamici integralisti da imporre con la forza sulle rovine dell’Iraq, della Siria, della Libia ; al moltiplicarsi o acuirsi di conflitti in Africa, in Medio Oriente, nella regione che dovrebbe essere ponte tra la Russia e l’Europa : di questo quadro allarmante l’Italia, gli italiani devono mostrarsi fattore cosciente e attivo di contrasto. Ci dà forza la parola, il magistero del Pontefice che per la Giornata Mondiale della Pace si fa portatore di un messaggio supremo di fraternità, e ci richiama alla durissima realtà dei “molteplici volti della schiavitù” nel mondo d’oggi.
Farci, ciascuno di noi, partecipi di un sentimento di solidarietà e di un impegno globale – sconfiggendo l’insidia dell’indifferenza – per fermare queste regressioni e degenerazioni, è un comandamento morale ineludibile. E forse, facendoci lucidamente carico di quanto sta sconvolgendo il mondo, potremo collocare nella loro dimensione effettiva i nostri problemi e conflitti interni, di carattere politico e sociale ; potremo superare l’orizzonte limitato, ristretto in cui rischiamo di chiuderci.
Ho così concluso l’appello che questa sera ho voluto indirizzare, più che ai miei naturali interlocutori istituzionali, a ciascuno di voi come persone, come cittadini, attivi nella società e nelle sue molteplici formazioni civili. Perché da ciascuno di voi può venire un impulso importante per il rilancio e un nuovo futuro dell’Italia. Lo dimostrano quei giovani che non restano inerti – dopo aver completato il loro ciclo di studi – nella condizione ingrata di senza lavoro, ma prendono iniziative, si associano in piccoli gruppi professionali per fare innovazione, creare, aprirsi una strada.
Dal modo in cui tutti reagiamo alla crisi e alle difficoltà con cui l’Italia è alle prese, nasceranno le nuove prospettive di sviluppo su cui puntiamo, su cui dobbiamo puntare “dall’alto e dal basso”. Il cammino del nostro paese in Europa, lo stesso cammino della politica in Italia lo determineremo tutti noi, e quindi ciascuno di noi, con i suoi comportamenti, le sue prese di coscienza, le sue scelte. Più si diffonderanno senso di responsabilità e senso del dovere, senso della legge e senso della Costituzione, in sostanza senso della Nazione, più si potrà creare quel clima di consapevolezza e mobilitazione collettiva che animò la ricostruzione post-bellica e che rese possibile, senza soluzione di continuità, la grande trasformazione del paese per più di un decennio.
Mettiamocela dunque tutta, con passione, combattività e spirito di sacrificio. Ciascuno faccia la sua parte al meglio. Io stesso ci proverò, nei limiti delle mie forze e dei miei nuovi doveri, una volta concluso il mio servizio alla Presidenza della Repubblica, dopo essermi impegnato per contribuire al massimo di continuità e operosità costituzionale durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea. Resterò vicino al cimento e agli sforzi dell’Italia e degli italiani, con infinita gratitudine per quel che ho ricevuto in questi quasi nove anni non soltanto di riconoscimenti legati al mio ruolo, non soltanto di straordinarie occasioni di allargamento delle mie esperienze, anche internazionali, ma per quel che ho ricevuto soprattutto di espressioni di generosa fiducia e costante sostegno, di personale affetto, direi, da parte di tantissimi italiani che ho incontrato o comunque sentito vicini. Non lo dimenticherò. Grazie ancora. E che il 2015 sia un anno fecondo di risultati positivi per il nostro paese, le nostre famiglie, i nostri ragazzi”.

Roma, 31 dicembre 2014

Al nuovo anno…

•31 dicembre 2014 • Lascia un commento

Eccoci all’ultimo giorno dell’anno…ora direbbe qualcuno é il tempo di bilanci…ma per altri questo é il momento di speranze ed auspici…
Per tutti un piccolo pensiero…

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Poesia di Capodanno
di Pablo Neruda

Il giorno di Capodanno
Il primo giorno dell’anno
Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte lo andiamo a ricevere
come se fosse un esploratore
che scende da una stella.

Come il pane, assomiglia al pane di ieri.
Come un anello a tutti gli anelli.
La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline,
lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia
e poi, lo avvolgerà nell’ombra.
Eppure,
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare. 

Vi auguro un sereno 2015, che tutti i vostri desideri possano avverarsi…

Di sondaggio in sondaggio… tra il serio ed il faceto Cagliari risponde

•8 settembre 2014 • Lascia un commento

entronellantro

sondaggio

Un vecchio adagio, tramandato da generazioni, dice che “solo chi non fa non sbaglia mai” e a mio parere, questa Giunta, pur facendo poco, riesce a sbagliare ma non si accorge e così a qualcuno della maggioranza, per aver cognizione della realtà, è venuta la brillante idea di chiedere ai cittadini lumi in merito al loro operato.

Così, alcuni consiglieri della maggioranza hanno lanciato un sondaggio sull’operato della Giunta in diversi blog e social media.
Il sondaggio si compone di ben 25 domande, molte delle quali aperte, che includono molti ambiti della vita cittadina.
Poco fà ho risposto al questionario, mi sono spogliato per un attimo del ruolo che mi compete, mi sono limitato a rispondere alle domande come semplice cittadino, che paga le tasse e usufruisce dei servizi pubblici, come lavoratore, che paga le tasse e svolge (delle volte con non poche difficoltà) la sua attività lavorativa, e come…

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